Una pallottola calibro 38

di Roberto Losso

 

Mi hanno detto, anzi mi hanno fatto sapere, che farei bene a farmi gli affari miei. Rispondo: è esattamente quello che faccio, scrivendo per invocare più trasparenza politica, più correttezza istituzionale, più rispetto per i diritti civili, più solidarietà per chi è rimasto indietro. E’ questo, infatti, il mio dovere di cittadino, di militante della sinistra, d’uomo libero e di buoni costumi. Sono abituati male i signori del malaffare  e dell’illegalità. S’illudono che la società civile sia una vecchia fattoria abitata solo da conigli. Sbagliano.

Ci sono, infatti, uomini e donne, e specialmente tantissimi giovani, che, pur non essendo votati al martirio, ragionano con la propria testa e si battono a viso aperto per un mondo più giusto e con “la luce del mattino negli occhi”.Siamo in tanti a ragionare così. Ne sono certo. Quindi, non mi sento sotto schiaffo e tanto meno isolato. Sono qui. Aspetto. E, nel frattempo, resterò quello che sono. E lotterò per quelle idee che ”illuminano d’immenso” un mondo che altrimenti sarebbe uno sterminato campo di concentramento. Non ho, infatti, la benché minima intenzione di farmi mettere il sasso in bocca. E continuerò anche a scrivere. Almeno fino a quando, nonostante tutto,  riuscirò a farlo, restando “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”

Sarà pure cocciutaggine. O forse consapevolezza del valore della vita vera. Quella che, per essere vissuta con intensa serenità, non richiede dogma, pregiudizi o sottomissioni.  Me lo ha insegnato Giacomo Mancini. Ho avuto, infatti, il privilegio di godere della sua stima e del suo affetto. Quante volte, passeggiando lungo Corso Telesio, mi ha ripetuto che essere socialisti, specialmente se scomodi (e noi allora lo eravamo, dicendo, Craxi imperando,  “Non siamo d’accordo!”) implica scelte e comportamenti che mettono in conto amarezze e difficoltà. Come sempre, aveva ragione. Sono stato fortunato ad averlo avuto come maestro di vita e di pensiero.

Posso tradire il suo insegnamento ed il ricordo di tanti generosi compagni,  che hanno fatto resistenza quando si moriva sul serio, mortificando nel frattempo me stesso, la mia dignità e la mia umanità, solo perché qualche “burlone” (o mascalzone?) della politica corrotta e collusa con i poteri forti, mutuando atteggiamenti culturalmente mafiosi,  mi fa sapere di aver messo da parte, per me, una pallottola calibro 38? Non posso farlo. Anzi: non voglio farlo. Anche perché  non ne sarai capace, Da buon calabrese, sono testardo e profondamente innamorato delle cose belle e giuste. Specialmente se parlano di buoni sentimenti, di cultura contadina, di poesia della speranza e della pace. Anche per questo, nel tempo, ci hanno chiamati “briganti”, quando ci costringevano a diventarlo per non subire le ingiustizie e le arroganze del potere. Possono provarci anche con me. Continuerò a dormire sonni tranquilli. Mi è, infatti, dolce naufragare in questo mare.

 

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