Gravina? Un amico che sbaglia
di
Roberto Losso
Qual è il compito ed il ruolo della stampa? Certamente non quello di reggere il moccolo. Era così al tempo del Minculp. Quando le notizie, per andare in pagina, dovevano essere soggette a censura preventiva. Mi rendo conto che crea qualche “fastidio” ritrovarsi, quasi ogni giorno, sotto la lente d’ingrandimento di quattro testate giornalistiche che, peraltro, dedicano ampio spazio alla cronaca cittadina. La concorrenza fa il resto. Nel senso che tutti i cronisti sono alla ricerca della notizia “buona”. Inseguendo, come è giusto che sia, anche lo scoop. I giornali, infatti, stanno sul mercato e, quindi, sopravvivono se vendono un adeguato numero di copie. Direi comunque che, nell’insieme e nonostante tutto, fanno del buon giornalismo. La nostra classe politica non c’era abituata. E, di conseguenza, fatica ad accettare l’idea che ci sia un “quinto potere” libero ed indipendente che scava nei meandri della politica politicante. E pubblica e commenta, anche criticamente, le furbizie interessate, gli accordi sottobanco, i compromessi scellerati di cui viene a conoscenza. E’ questa la sua missione. Non quella di nascondere o minimizzare i fatti. Siamo nel millennio dell’informazione globale. Ed è finito, anche per questa ragione, il tempo delle veline e delle interviste-vetrinetta. Gli uomini pubblici dovrebbero capirlo. E farsene una ragione, abituandosi magari ad un rapporto più trasparente ed aperto con i mass media.
Non voglio affondare il coltello nella piaga. E, quindi, considero le esternazioni del sindaco Gravina l’amara presa d’atto del fallimento dei propri snervanti tentativi di rimettere in carreggiata un centrodestra allo sbando. Ha mediato. Ha cercato di far quadrare il cerchio. Ha provato disperatamente a mettere insieme i cocci di una maggioranza che non c’è. E che, forse, non c’è mai stata. Fino al punto di varare, mi auguro controvoglia, una giunta-bis più o meno fotocopia di quella precedente, pur di chiudere una crisi che rischiava di sfiorare il ridicolo. Posso capire il suo disappunto e la sua amarezza nel dover prendere atto che il centrodestra non gli assicura neanche il numero legale per aprire i lavori di un Consiglio Comunale che, tra l’altro, doveva discutere di criminalità organizzata. Probabilmente gli sono saltati i nervi. Solo così si spiega la sua filippica contro la stampa e contro l’opposizione. Siamo, infatti, ai confini del surreale. Sembrerebbe, infatti, che l’amministrazione Gravina non riesca a governare per due ragioni: a) perché la stampa rema contro (specialmente qualche “giornalaccio” e qualche “intellettuale”); b) perché l’opposizione non gli assicura docilmente quel numero legale che la sua coalizione gli nega.
Ne ho visto e ne ho sentite tante. Mai, però, mi era capitato di decodificare un teorema così intricato. All’appello mancavano tre consiglieri di maggioranza, tra cui il capogruppo di Forza Italia. Evidentemente la nomina della nuova giunta non ha risolto i mal di pancia. E’ questa la questione vera che l’amico Giovanni Gravina (e come tale lo stimo, nonostante la diversità delle nostre opinioni politiche) deve affrontare e risolvere. Anziché prendersela con la stampa e con la minoranza. In passato, ho avuto modo di apprezzare la sua convinta adesione agli ideali del socialismo democratico. E vi assicuro che è stato attento ai bisogni della gente ed ai diritti del lavoro. Non me ne sono dimenticato. Questa affettuosa rimembranza, però, mi obbliga a non fargli sconti. Anzi. Mi impone di incalzarlo con bonaria severità. Nella speranza che, prima o poi, dica “basta!” a quanti lo tirano per la giacca. Il mio forse è un auspicio istintivo, che nasce dai buoni sentimenti. E riguarda non solo lui, ma tutti quelli che, pur sbagliando, dopo la furia devastatrice di tangentopoli, hanno pensato di potersi realizzare come democratici e riformisti nella Casa delle Libertà. Oggi, però, davanti al prevalere delle culture post-fasciste e leghiste, dovrebbero fare autocritica e ripensarci. E forse, prima o poi, lo faranno.
Non ci sono, quindi, né congiure né intellettuali che remano contro per far cadere la giunta o per mandare a casa il sindaco Gravina. Non è necessario farlo, perché “questo” centrodestra è bravissimo a farsi male da solo. Se questo fosse l’obiettivo, quindi, sarebbe sufficiente starsene in silenziosa attesa sulla riva del fiume. C’è, al contrario, un dissenso autentico, diffuso e crescente verso i metodi non sempre lineari e democratici che vengono utilizzati. Inutile farne la cronistoria. L’opinione pubblica li conosce uno per uno. Perché appunto c’è una stampa libera ed indipendente che li racconta per quello che sono. Può anche non fare piacere che ci sia, specialmente quando la “fuga di notizie” manda a monte “operazioni” pensate per premiare la politica o le sue clientele. Tipo, per esempio, l’istituzione dei vice-assessori a pagamento o i concorsi clandestini. Sarei curioso, però, di sapere con quali criteri e parametri viene misurato il livello di qualità e di credibilità della stampa locale. C’è un osservatorio che assegna i voti oppure è un fatto di pelle? A mio avviso, è prevalsa la sindrome del santuario violato. Altrimenti non si direbbe che la stampa origlia dietro le porte. Può, infatti, starsene comodamente in redazione ad aspettare le soffiate, prendendo in considerazione solo quelle documentate. Ed è per questo che, almeno fino ad oggi, gli scoop si sono quasi sempre dimostrati fondati e veritieri. Se sbaglio, correggetemi. Però, con i fatti e non con le parole. Nessuna congiura, quindi. Solo preoccupazione per una città che ha urgenza di essere governata. E bene. Sono passati quindici mesi e siamo ancora al punto di partenza. I “naviganti” che visitano il mio sito Internet lasciano messaggi inquietanti. Uno di loro ha autonomamente proposto, nel forum, un dibattito dal tema “Paola muore”. Gli interventi sono tanti, intelligenti ed appassionati. I cittadini dimostrano di amare molto la propria città. E discutono, con serietà e consapevolezza, sul che “fare” per evitare questa morte annunciata. Anche io me lo chiedo. Ed in maniera fortemente critica, ma solo perché vorrei che la città uscisse dal coma. Solo questo. E niente più. In ogni caso, ben sapendo che il malanino dilaga, in via cautelativa mi avvalgo del manzoniano “omnia munda mundis”.