L'ulivo paga pegno
Fare politica senza steccati. Che cosa significa? Aprirsi alla città? Misurarsi correttamente con le opposizioni? Coinvolgere la società civile nella soluzione dei problemi della gente? Se così è, siamo tutti d’accordo. Ci mancherebbe altro. Se, invece, l’obiettivo fosse un soporifero e vischioso “volemose bene”, la cosa susciterebbe qualche appropriata perplessità. Specialmente a sinistra. Anche perché, da quelle parti, hanno già dato. Mi riferisco al periodo d’oro del consociativismo duro e puro, quando mamma Dc spadroneggiava e si assicurava le giuste coperture, inciuciando a suo piacimento. Dopo l’esperienza del compromesso storico, però, Enrico Berlinguer capì che quella politica di contaminazione non portava da nessuna parte. Anzi, tirò fuori l’ex-Pci dalle secche del potere condiviso. E lanciò la questione morale come discriminante culturale dello “stare a sinistra”. Evidentemente, aveva sentito puzza di bruciato. Come sempre, Paola fu laboratorio delle nuove proposte. Non solo per le prime fruttuose esperienze di centrosinistra. Ma anche per quelle più modeste del “compromesso storico” (la Comunità Montana ne fu l’esempio più longevo) e della “nuova stagione politica” (maggioranza Dc-Psdi-Pci con Tonino Pizzini sindaco).
Nel bene e nel male, comunque, quelle esperienze locali avevano una prospettiva ideale, perché, quanto meno, si rifacevano a tendenze nazionali. Oggi lo scenario è cambiato. A partire dal sistema elettorale, che, con il maggioritario, assicura alle coalizioni vincenti i numeri per governare. E’ necessario, di conseguenza, creare confusione di ruoli e responsabilità tra maggioranza e minoranza? Non è in discussione, ovviamente, Pino Perrotta presidente del Consiglio Comunale. Né il rapporto privilegiato che il centrosinistra ha stretto con Forza Paola. E’ quasi un atto dovuto. Almeno da parte di quei gruppi dirigenti che, al secondo turno, hanno promesso di tutto e di più in cambio dei voti delle liste civiche. E’ giusto che paghino pegno, evitando possibilmente di piangere sul latte versato. Quello che proprio non ha né capo né coda, invece, è il tentativo di andare oltre, tessendo una ragnatela che vorrebbe coinvolgere anche l’altra metà del centrodestra nelle sue variegate articolazioni istituzionali, politiche e professionali. Mi chiedo: per quale ragione l’Ulivo, avendo idee e progetti da realizzare, si sperde nei meandri del neo-consociativismo? Non ha fiducia in se stesso, nella sua maggioranza o nel suo gruppo dirigente?
Se così fosse, il popolo del centrosinistra avrebbe di che preoccuparsi. Sono alle porte, infatti, importanti scadenze elettorali, che richiederanno una particolare capacità di contrasto nei confronti del centrodestra. Quest’Ulivo che, nella sua corsa alla politica senza steccati, non dice una parola sulle manchevolezze della Giunta Regionale o del deputato di collegio, avrà la credibilità necessaria per affrontarle in maniera efficace? Quindi, mi chiedo: serve all’Ulivo una parvenza di “pax politica” in Consiglio Comunale, se il prezzo da pagare è così alto? Non credo. A meno che non ci siano problematiche sommerse (e strategiche per la città) che mi sfuggono. Forse hanno a che fare con l’affaire Tor di Valle o con il progetto di sviluppo urbano e dintorni? Personalmente, però, neanche in questo caso, giustificherei una linea politico-amministrativa che rende opaco e confuso l’impegno riformista del centrosinistra. Un fatto, in ogni modo, è certo. Questa vocazione al compromesso continuo, all’interno ed all’esterno della coalizione, non fa bene all’Ulivo. Specialmente quando, nei fatti, si teorizza che anche consulenze ed incarichi sono strumenti leciti per fare politica senza steccati. Roba già vista. Al tempo della Dc.