L'Ulivo non c'è più
Difficile prevedere come andrà a finire. Di certo, le segreterie provinciali ci metteranno una pezza. Nel frattempo, a Paola, l’Ulivo non c’è più. Al suo posto prende forma una “cosa” a mezza strada tra il diavolo e l’acqua santa. Anche per questo lo strappo era nell’aria. Direi quasi inevitabile. Specialmente nella Quercia (e, pensavo, anche nel Pdci) . Alla fine, infatti, la cultura del collettivo pensante dei partiti della sinistra non poteva che implodere davanti a metodi e comportamenti che non le appartengono. La politica del “qui comando io”, infatti, per dispiegarsi compiutamente, presuppone che non vi siano organismi collegiali con cui condividere scelte e prospettive. Perché a decidere ci pensa una ristretta nomenklatura, che, di fatto, comprende assessori, consiglieri comunali, consulenti e grandi elettori. Così diventano più funzionali e graditi cespugli, movimenti e ruote di scorta
Questa tendenza all’arroccamento, prima o poi, produce la sindrome del partito del sindaco. Ovverosia un soggetto politicamente indefinito, trasversale e consociativo, che tende a rimuovere gli ostacoli veri o presunti che siano. Una guerra non dichiarata, quest’ultima, che si combatte sul terreno delle contrapposizioni e delle demagogie. A prescindere dai valori per i quali si è chiesto il voto della gente. E’ un’escalation. Prima si sbatte la porta in faccia alla società civile, poi si emargina la cultura ed i tecnici non allineati. Poi, si gettano spallate ai partiti, pur essendone espressione. Almeno a quelli scomodi. Quasi fosse nell’ordine naturale delle cose costruirsi un apparato tritacarne e fedele nei secoli. Anzi, più i risultati tardano ad arrivare più cresce l’ansia di normalizzare il dissenso e legittimare gruppi dirigenti virtuali.
Anche le vicende interne alla Margherita, il tira e molla sulle nomine, il tentativo di isolare i Ds (o meglio il Pci-Pds) con il “Patto per la città” hanno questa chiave di lettura. Le varianti urbanistiche, di fatto, sono solo la causa scatenante di una crisi profonda che mette a confronto due culture e due concezioni della sinistra di governo. Da una parte chi è pronto a premiare la transumanza politica per assicurarsi una maggioranza che va oltre l’Ulivo. Anche a costo di rinnegare le linee-guida del buon governo delle giunte Ganeri (tra cui, appunto, il Prg). Dall’altra chi, pur considerando il dialogo una ricchezza, avverte l’esigenza di privilegiare una linea politica coerente, fruttuosa ed antagonista. Specialmente nei confronti del centrodestra, che esprime idee e valori incompatibili con quelli della sinistra e dell’Ulivo. Questo è il vero problema. Il resto, purtroppo, è politichese.