Sul ponte sventola bandiera bianca
Vi chiedo scusa per il lungo silenzio. Volevo gustarmi il vociare di quanti, sentendo odore d’elezioni anticipate, si affannano per accreditarsi come salvatori della patria. Molti anzi rivendicano primogeniture culturali e ruoli d’apposizione che, di fatto, non hanno svolto. Ballano coi lupi anche quelli che dormivano o facevano finta di dormire, quando la città era strozzata dall’impudicizia di piccole grandi lobby che, considerandosi intoccabili, si comportavano da regime. Altri coltivavano il silenzio e la contiguità spesso interessata com’esempio d’eroiche virtù, passione civile e sensibilità democratica. Annuivano. Si barcamenavano. Delegavano all’”altra” città, quella del dissenso e dell’antagonismo, le proprie responsabilità di cittadini attivi e d’elettori consapevoli. uesta dolosa latitanza ha, di fatto, consentito al centrodestra di fare scempio delle istituzioni, delle regole e del buongoverno. Se così non fosse stato, l’agonia della città sarebbe stata meno sofferta. E certamente non sarebbe durata per diciotto lunghi mesi.
Il mio ragionamento non vuole essere un anatema. E neanche una provocazione. Al contrario, è semplicemente una doverosa sottolineatura del valore etico di quel movimento d’opinione che, in tempi non sospetti, ha denunciato la deriva devastante che segmenti corrosivi del “polo” imprimevano all’azione di governo. Sono d’accordo. Le coscienze critiche, la stampa scomoda, gli intellettuali da strapazzo, ancor più in una piccola città, non cambiano il corso delle cose. Le loro, infatti, sono battaglie di prospettiva, che tracciano un’alternativa per il futuro. Specialmente quando difendono le radici di quell’albero comune che sono le istituzioni, i bisogni della gente e le opportunità di sviluppo. Le loro riflessioni possono anche non essere risolutive. Servono, però, a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle strategie inconfessabili del potere dominante. E, in ogni caso, hanno almeno un grande merito: quello di inchiodare le classi dirigenti alle proprie responsabilità. Di più, d’altra parte, non possono fare. Anzi non devono fare.
Com’era giusto che fosse, infatti, è stata proprio la politica a certificare il fallimento del centrodestra sotto la spinta di due diverse esigenze e prospettive. E precisamente: 1) Il caso-Buono ha “costretto” il centrosinistra ad alzare il livello del confronto, che si è esteso poi a fatti più squisitamente amministrativi. Così facendo, l’Ulivo è entrato in sintonia con il comune sentire della società civile. Il centrodestra, disarticolato com’era, non era nelle condizioni di reggere a lungo ad una apposizione a tutto campo. 2) La spallata finale, però, non poteva darla il centrosinistra, perché i numeri sono numeri. Ci hanno pensato tre consiglieri del “polo”. Il condominio delle libertà non è riuscito ad irretirli. Anzi, in un certo senso, li ha snobbati, sottovalutando la determinazione del loro ultimatum. Altrimenti non avrebbe partorito quel mostriciattolo del Gravina-bis. Forse pensava che si trattasse di un bluff. Invece, era un bel tris. Anzi un fenomeno di rigetto che, nel tempo, aveva metabolizzato contraddizioni, inefficienze e personalismi. E proprio questa spinta irreversibile, tutta interna al centrodestra, ha passato al tritacarne sindaco e giunta.
E adesso? Sul ponte sventola bandiera bianca. Anche a sinistra. Anziché capitalizzare la pochezza del centrodestra, ritrovandosi uniti all’insegna dello scampato pericolo, assistiamo al solito spettacolo delle parole in libertà e delle “strategie” fondate sul sassolino nella scarpa. Roba vecchia. Troppo vecchia, perché interpreti e rappresenti le attese di una città in crisi d’identità. Anche il centrosinistra allargato, purtroppo, persegue schemi che puzzano di bruciato. Stenta a rinnovarsi, a darsi un progetto condiviso, a comportarsi come un soggetto politico unitario. Si parla addosso, dicendo le stesse cose che diceva alla vigilia delle amministrative del 2001. Si guarda con sospetto. Pone veti e paletti, che rasentano il pregiudizio. Brucia candidature autorevoli, quando non ha ancora maturato, nel suo insieme, una decisione politica chiara se andare oppure no “oltre l’Ulivo”. D’altra parte, come poteva essere diversamente, se i gruppi dirigenti del centrosinistra interamente rimasti sul ponte di comando, sopravvivendo, senza neanche fare autocritica, all’”8 settembre” dell’ultime amministrative?
Mi
sarei aspettato qualcosa di più. Quanto meno una maggiore consapevolezza della
sfiducia che si respira tra i cittadini. Hanno bisogno di certezze democratiche,
di progetti possibili, di candidati affidabili ed unitari. Altrimenti in che
cosa dovrebbero cogliere la diversità etica, politica e culturale tra
centrosinistra e centrodestra? E’ venuto il tempo di volare alto, ognuno con
la propria identità. Altrimenti il centrodestra, che non è né sciocco né
disarmato, riuscirà a mimetizzarsi dietro a qualche candidato di prestigio,
recuperando la verginità perduta. E anche quei voti che oggi sono in libera
uscita. Il punto è: che città vogliamo costruire? Una città egoista e
clientelare oppure una città solidale e tollerante? Una città che si piange
addosso oppure una città che crede in se stessa, nelle proprie capacità di
produrre democrazia e sviluppo? Una città provinciale e qualunquista oppure una
città europea ed innovativa, capace di governare il presente pensando al
futuro? E’ questa comunque la città che la gente sogna per se stessa e per i
propri figli: la città dei diritti e dei saperi, la città dei quartieri, la
città che guarda all’Europa per diventare una realtà culturalmente europea.
La sinistra, specie se per questioni di lana caprina,
non può permettersi il lusso di dividersi, disperdendo così le proprie
risorse, i propri valori, la propria diversità. La gente non lo capirebbe.
Anche perché la città che vogliamo e che sogniamo può costruirla solo una
sinistra unita, austera e riformista. Non ci sono scorciatoie né alternative
credibili. E chi le cerca, magari in perfetta buona fede, rischia di buttare via
il bambino insieme all’acqua sporca. Non è una responsabilità da poco.
Riflettiamoci. Anche se, nel frattempo, e purtroppo, sul ponte sventola bandiera
bianca.