Sul filo del rasoio
Due giorni d’acquazzoni hanno scoperto la fragilità dell’assetto idrogeologico dell’intera provincia di Cosenza. Traffico in tilt, allagamenti, fogne scoppiate, smottamenti: questo il bollettino di guerra che ha tenuto sul chi va là le strutture della protezione civile. Se il buon tempo si vede dal mattino, incrociamo le dita. Perché, secondo i meteorologi, bisognerà convivere sempre di più con il rischio-temporali. Ovviamente niente di nuovo. Si tratta, infatti, di quei fenomeni del dopo-estate, che i nostri vecchi chiamano “cudi ‘i tifuni”. Ancora oggi ne parlano quasi con un timore reverenziale. Specialmente nei paesi rivieraschi. Dove, peraltro, sopravvive il mito ancestrale del “grande vecchio”, in odore di magia bianca, capace di “tagliarle”, deviandone il corso, grazie al suo portentoso coltello con il manico rigorosamente in madreperla bianca.
Nel frattempo, leggendo gli studi autorevoli che descrivono l’agonia del nostro territorio, bisogna fare gli scongiuri. Magari affidandosi, in mancanza d’altro, agli “stregoni” per esorcizzare accadimenti così naturali come vento, pioggia e grandinate. Siamo proprio ridotti male, se una nottata di tempesta distrugge le campagne, allaga i centri abitati e mette a rischio la stabilità di beni culturali importanti ed unici. E’ il caso, per restare in città, dell’antica chiesa di San Francesco di Paola, con i suoi gioielli artistici, che le copiose infiltrazioni hanno reso pericolante. Come sempre, tornato il bel tempo, siamo pronti prendercela con il destino cinico e baro. Non tutti, però, la pensano così. Per esempio, i carabinieri che hanno aperto un procedimento contro ignoti. Almeno per il momento. L’incuria dolosa, infatti, ha sempre un nome e cognome.
A volte, però, non basta per accertarne le responsabilità. Specialmente quelle penali. Ne sanno qualcosa i familiari di quei tredici disabili e volontari travolti dall’ondata di piena a Soverato. In un camping che stava lungo il torrente Beltrame. Quindi, nel posto sbagliato. Nonostante i tanti avvisi di garanzia, dopo tre anni, la verità è ancora sepolta nel porto delle nebbie. Non è una critica nei confronti della magistratura. Ci vuole tempo e pazienza, infatti, per ricostruire la catena delle colpevoli omissioni, che, negli anni, hanno saccheggiato il greto dei fiumi, spogliato le montagne, prosciugato i mille canali che regolavano il deflusso delle acque. E’ un dato di fatto, che, quanto meno, spiega perché oggi siamo sul filo del rasoio Di conseguenza, non parliamo di fatalità se, dopo un acquazzone, tutto diventa fango. Spesso, purtroppo, fango assassino.