A Gravina l'onore delle armi
di
Roberto Losso
Si è creato un clima d’euforia, anzi da “25 luglio”, intorno alla notizia delle preannunciate dimissioni del sindaco. Quasi fosse un evento inatteso e liberatorio. Non capisco perché. Prima o poi, per come andavano le cose, doveva succedere. Giovanni Gravina, infatti, non poteva cantare e portare la croce in eterno. E’ un buon incassatore, ma a tutto c’è un limite. Anche alla pazienza ed alla capacità di sopportazione. Adesso forse le elezioni anticipate sono dietro l’angolo. Questo, sotto il profilo etico ed istituzionale, può essere motivo d’esultanza e soddisfazione? Non credo. Lo scioglimento anticipato di un’assemblea eletta dal popolo, infatti, costituisce in sé e per sé una ferita profonda per la democrazia. E’ la presa d’atto di un fallimento della politica, che, purtroppo, produrrà altri guasti ed altre lacerazioni. Un po’ d’amaro comunque resta. Anche sulla bocca di quanti hanno maturato, in tempi non sospetti, la drammatica certezza che la città stava morendo per l’arroganza di “questo” centrodestra senza idee e senza valori.
Tirato per la giacca, il sindaco Gravina, eletto a furor di popolo, è stato costretto a mollare. Eppure ha cercato di resistere. Forse più del dovuto. Era, infatti, una missione impossibile ricucire gli strappi che, fin dall’inizio, hanno messo a nudo la litigiosa fragilità della sua maggioranza. Nel frattempo, le clientele ed i comitati d’affari mettevano all’incasso le cambiali in bianco che altri avevano firmato. Circa un anno fa, il primo cittadino, volendosi sottrarre all’abbraccio mortale delle lobby rampanti e voraci, presentò le dimissioni, motivandole in termini chiari. Apriti cielo. E’ stata una processione di “pezzi da novanta” per fargli cambiare idea. Tutti gli garantirono il proprio appoggio. Se non li avesse ascoltati, ne sarebbe uscito alla grande. Ed avrebbe avuto le carte in regola per affrontare da protagonista una nuova campagna elettorale. Purtroppo, per lui, si è lasciato suggestionare dal canto delle sirene. E, in questi ultimi mesi d’insana follia, è rimasto da solo a portare la croce. Succede sempre così agli uomini di buona volontà.
Quest’atmosfera da “25 luglio” (o da “8 settembre”?) preannuncia quale sarà il livello dello scontro, ove mai dovessimo tornare a votare.Gli ingegneri della politica sono già all’opera. Ed ipotizzano scenari che non stanno né in cielo né in terra. Speriamo di non trovarci, domani, ad essere governati da un centrodestra camuffato da centrosinistra. E’ possibile. L’altra sera brindavano al naufragio della giunta-Gravina, quasi esclusivamente i pentiti dell’ultima ora. Quelli, cioè, che hanno sostenuto il centrodestra, pensandone di trarne un beneficio e si sono incavolati, rendendosi conto che, per loro, non c’era un posto a tavola. Non mi riferisco, ovviamente, a quei consiglieri comunali che, con il loro dissenso, hanno tentato di ridare al centrodestra la dignità perduta. Anzi, ne apprezzo il coraggio e la determinazione. Non ho difficoltà a farlo, La moralità politica, infatti, non è né di destra né di sinistra. Anche per questo, rendo all’amico Giovanni Gravina l’onore delle armi. Se lo merita. Voleva, infatti, spendersi per la sua città. Non glielo hanno consentito. Si guardi intorno. E capirà perché.