Saldi di fine stagione
di Roberto Losso
Ho riletto il programma elettorale del centrodestra. Mi è sembrato doveroso farlo. Altrimenti sarei stato prevenuto nell’esprimere giudizi. Non c’è che dire. Ben confezionato. Come un invitante regalo di Natale. Capisco ed apprezzo lo sforzo politico e culturale dei saggi che lo hanno pensato. Hanno fatto un buon lavoro. Peccato, però, che non siano stati chiamati ad assumere ruoli di responsabilità amministrativa per poterlo realizzare. Succede sempre così. La politica usa le intelligenze, le professionalità, le onestà intellettuali per crearsi un’immagine presentabile. E, poi, le butta via come limini spremuti. Di quel progetto, comunque, che cosa è stato realizzato? Niente di niente. Anzi. Sono a rischio, infatti, anche i finanziamenti lasciati in dote dal centrosinistra. Adesso, comunque, si parla di un rimpasto. I saggi che hanno stilato il programma avranno un ruolo? Saranno loro a rigenerare l’identità del centrodestra, oggi così logorata e grigia da apparire inaffidabile e perdente? Me lo auguro, ma non ci credo. Non sono, infatti, le competenze le cose che contano. Ed i fatti lo dimostrano.
1). Ci sono spezzoni del centrodestra che alzano continuamente il livello dello scontro politico e culturale. Quasi in maniera scientifica e sistematica. Spesso con argomenti che appartengono alla preistoria della civiltà democratica. A chi giova, comunque, questa logorante strategia della tensione? Credo sia funzionale a tre esigenze: a). distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dal fallimento del progetto-Gravina, cercando di stordirla con polemiche che non stanno né in cielo né in terra. b). rilanciare l’immagine ormai appannata e sconveniente di un gruppo dirigente che, quando gli fa comodo, si atteggia a difensore del Santo Sepolcro. c) mimetizzare l’inconsistenza di una coalizione che ha vinto alla grande le elezioni amministrative ed oggi si ritrova senza una maggioranza degna di questo nome. Se così è, bisogna avere i nervi saldi. Il “polo” ne ha combinate tante. Anzi troppe. Non è necessario, quindi, per opporsi secondo coscienza, lasciarsi coinvolgere in discussioni che rasentano, anche nella forma, il limite della volgarità e dell’infantilismo politico. Se non altro perché: chi semina vento, raccoglie tempesta.
2). E non a caso, infatti, il centrodestra non riesce a trovare un esponente della società civile che accetti di fare il vice-sindaco al posto della dottoressa Emira Ciodaro. E’ un fatto più che unico che raro. Specialmente in una città che ama fare politica. Questa volta non è così. Ed un motivo deve pur esserci. Evidentemente l’indice di gradimento di “questa” Casa delle Libertà è talmente basso da suggerire alle “teste pensanti” del centrodestra di non lasciarsi incartare. Gravina & Company, di conseguenza, girano a vuoto. Vorrebbero “sostituire” la dottoressa Ciodaro, ma non possono farlo con un politico di professione. Sarebbe una soluzione di basso profilo. Ed una dimostrazione di assoluta debolezza. E, quindi, sono costretti a rinviare il regolamento di conti. Almeno fino a quando non avranno trovato un nome giusto, credibile e autorevole. Non so se riusciranno nell’ardua impresa. Intanto, però, non hanno una maggioranza. E, avendola isolata e mortificata, si ritrovano in giunta un vice-sindaco che rompe le uova nel paniere. Come ha fatto, restando in argomento, in occasione della patetica frittata gigante.
3). Questa è una città votata al suicidio. Quando era sindaco Tonino Pizzini abbiamo avuto una grande opportunità di sviluppo. Grazie alla sponsorizzazione di Riccardo Misasi, infatti, era riuscito a strappare una convenzione molto favorevole all’Insud. Società a partecipazione statale che, per missione istituzionale, realizzava opere pubbliche, consegnandole chiavi in mano. Anche la ricerca dei finanziamenti e le spese di progettazione, quindi, erano a suo carico. Bene. La convenzione non fu ratificata. Le lobby della politica intrigante, remando contro Tonino Pizzini e contro gli interessi della città, la fecero abortire. Non avevano capito niente. O meglio avevano capito tutto. L’avvento dell’Insud, infatti, avrebbe sottratto al controllo politico progettazioni ed appalti. La storia si ripete? Sembrerebbe di si. Il nostro futuro è legato al porto turistico e al piano di recupero urbano. Entrambi gli interventi, però, si ispirano alla logica delle società miste. Cioè: un rapporto paritario tra pubblico e privato. Gli addetti ai lavori non gradiscono. E, guarda caso, neanche questi progetti decollano. Come l’Insud. Una coincidenza? Personalmente ne dubito.
4). C’è un pensiero debole del centrodestra che, davanti al proprio fallimento, chiede: ma la sinistra che cosa ha fatto di più e di meglio? Un interrogativo provocatorio, considerando le tante opere pubbliche messe in cantiere e regolarmente finanziate. Certo anche l’Ulivo ha sbagliato. Specialmente quando ha preso le distanze dalla rigorosa cultura di governo del sindaco Antonella Bruno Ganeri. Sinistra e destra, comunque, non sono la stessa cosa. Mi sembra strumentale omologarle, sostenendo che la politica è “questa”. Sia che governi la sinistra sia che governi la destra. Non è così. La sinistra esprime idee e valori che le impongono una visione etica della cosa pubblica, delle istituzioni e della democrazia. La sinistra, per esempio, avrebbe convocato immediatamente un Consiglio Comunale davanti agli eventi delittuosi degli ultimi tempi. Il “polo”, invece, ragiona diversamente. Nonostante nel mirino ci sia anche il “suo” vice-sindaco, infatti, gioca a nascondino. Ed il centrosinistra deve rivolgersi al Prefetto per reclamare la convocazione del civico consesso. Malavitosi e spacciatori, nel frattempo, sentitamente ringraziano.
Non lasciamoci, però, prendere dallo scoramento. Oltre la città della politica, infatti, c’è l’”altra” città. Quella dei valori forti e dei buoni sentimenti. La città della gente, che, con le proprie scelte sofferte ma infinitamente generose, ci ricorda che questa è ancora la città di Frate Francesco. All’alba di pochi giorni fa, sul lungomare, è morto un ragazzo. Inseguiva un sogno, correndo nella notte con la sua moto. Si chiamava Antonello. Ed aveva vent’anni. La sua famiglia ha deciso di donare gli organi. Così, il mistero della morte è diventato testimonianza di vita e di speranza. E’ questa la città che amò. Perché è la città vera. La città di tutti i giorni e della gente normale.