Il porto dei desideri
I nodi vengono al pettine. Anche quelli che lasciano l’amaro in bocca. E’ il caso, per esempio, del porto turistico che ormai arranca stancamente verso il capolinea. Il presidente della Società Porto dei Normanni SpA, infatti, ha convocato il Consiglio d’Amministrazione con la “proposta di scioglimento della società per sopravvenuta impossibilità di raggiungimento dell’oggetto sociale”. Sembra un epitaffio più che un ordine del giorno. D’altra parte, se questa è la reale volontà dell’ing. Caporali & Company ci sarà poco da fare. Basterà il voto favorevole dei privati per liquidare la faccenda. Peccato, un altro bel progetto che diventa carta straccia. Eppure, fino a poco tempo fa, abbiamo letto sulla stampa locale, che ne tiene memoria per i furbi e gli smemorati, osannanti dichiarazioni sul fruttuoso e decisivo esito di questa o quell’iniziativa. I lavori, dicevano, specialmente a ridosso delle elezioni, stanno per iniziare. Il porto, quindi, molto ma molto presto, sarà una realtà con i suoi tanti nuovi posti di lavoro ed il suo effetto-volano sul turismo che, a sua volta, sarà una miniera d’oro per sviluppo ed occupazione.
Adesso, invece, scopriamo che sono intervenuti “fatti” non meglio identificati che rendono inutile la sopravvivenza stessa della società, alla quale la parte pubblica aveva, a suo tempo, conferito i miliardi del finanziamento pubblico. Un fulmine a ciel sereno? Neanche a pensarci. Che il progetto-porto, per un insieme di pigrizie e giochetti di potere, fosse destinato ad una lenta agonia lo avevano capito anche le pietre. D’altra parte, non poteva essere diversamente. Erano pochi a crederci e molti a volerne diventare azionisti di riferimento. Il centrodestra, appena conquistato il Sant’Agostino, ha pensato di metterci le mani. Ovviamente a modo suo: epurando i comunisti ed inserendo nel Consiglio d’Amministrazione propri rappresentanti di fiducia. Quasi si trattasse di un’opera qualsiasi, il cui divenire poteva, come sempre, consumarsi allegramente nel vischioso triangolo impresa-amministratori-burocrazia. Magari anche con qualche doloso ritardo e relative richieste di un mega risarcimento danni. Pur sapendo che il rapporto pubblico-privato richiede una ben diversa cultura, ci hanno provato lo stesso. Ed hanno toppato, perché il socio-imprenditore, com’è giusto che sia, persegue finalità gestionali ed obiettivi economici non sempre compatibili con i tempi e gli interessi della politica politicante.
Era inevitabile, quindi, che, prima o poi, il giocattolo si rompesse. Anche perché il partner privato, scelto a suo tempo dalla giunta-Ganeri, rappresentava una cordata d’imprenditori puri con il vizio di costruire porti in poco tempo e di gestirli al meglio. Questo è il loro business. Se sono messi nelle condizioni di farlo, va bene. Altrimenti vanno ad investire laddove, nel giro di nove mesi, è politicamente possibile realizzare grandi opere chiavi in mano. E adesso? Le fumose informazioni che circolano sullo stato dell’arte del progetto, non aiutano a capire che cosa succederà. Non è dato sapere, quindi, se ci sono ancora margini per evitare lo scioglimento della società o, meglio ancora, per non perdere i finanziamenti. La preoccupazione è legittima. Perché non si tratta di bruscolini, ma di milioni d’euro. Possiamo comunque sostenere che l’intera vicenda è stata gestita alla garibaldina. Anche negli ultimi mesi. Tanto è vero che né i nuovi amministratori né i rappresentanti locali nella società avevano avvertito, fino alla convocazione-bomba dell’ing. Caporali, l’esigenza di incontrarsi. Dicono per una questione di galateo istituzionale: chi doveva, infatti, fare il primo passo? A me sembra lana caprina. Voi chiamatela come volete. Anche provincialismo politico o scarso rispetto per il bene comune.