Notti magiche al Gabbiano

di Roberto Losso

 

Progettare iniziative di qualità non è facile. Ci vuole intelligenza creativa. Tant’amore. E tanta sensibilità. L’avvocato Renato Mannarino c’è riuscito. La manifestazione “Paola Mostra”, sponsorizzata dal Comune e dall’Arss, anche quest’anno, ha raggiunto livelli d’eccellenza. Sia per l’originalità degli espositori sia per l’organizzazione che è stata impeccabile. E curata fin nei minimi particolari. Basterebbero un paio di progetti come questi - nei vari campi della devozione in Frate Francesco, dell’arte, dei beni culturali, dello spettacolo - per inserire la città nei circuiti virtuosi del turismo di massa. La mostra è stato un successo. Anche di pubblico. Evidentemente la gente apprezza le cose fatte bene. Così come ha voglia di stare insieme sotto le stelle. Magari nel magico scenario del centro sportivo “Il Gabbiano”. Gradevolmente curato. Immerso nel verde. E ravvivato da rigogliose cascate di gerani, roseti, bucanville. Serate così belle e piacevoli rappresentano uno squarcio di luce nella monotonia di una programmazione estiva che, almeno fino ad oggi, è stata così così. Anzi, per alcuni versi, un po’ bruttina e ripetitiva 

La prima sera ho seguito con particolare attenzione una famiglia festosa di emigranti. Lavorano in Germania. E vivono più che dignitosamente. Per le feste comandate e per le vacanze estive, però, tornano puntualmente nella loro vecchia casa del “Cancello”. Hanno qui le proprie radici. Erano felici ed orgogliosi. E giravano tra gli stand alla ricerca d’odori e sapori da riscoprire. S’inebriavano di calabresità, seguendo le danze coinvolgenti del gruppo folkloristico che, scatenato ed instancabile, trasmetteva al pubblico, coinvolgendolo, la propria gioia di vivere. Musica d’altri tempi. Ritmata a colpi di tamburello. Addolcita dal suono dell’organetto. Squarciata dal gemito di una zampogna. Musica, in ogni modo, trascinante. E genuina. Come i nostri vini doc, i liquori fatti in casa, i formaggi, i salumi, i vasetti di neonata impepata, i cestini di fichi secchi, i dolci poveri ma saporiti della nostra civiltà contadina. E’ il nostro passato, che ogni tanto ritorna. E ci assale, riportando alla mente immagini che pensavamo perdute nel tempo.

Ci vogliono, però, queste notti magiche al Gabbiano per far riemergere la nostra identità nascosta e, per alcuni versi, rifiutata? Sembrerebbe di si. Anche se, in fondo, c’è poco da fare. Dentro di noi siamo ancora contadini, pescatori, artigiani. Un po’ artisti. E spesso un po’  briganti. Avevamo forse pensato di poter rinunciare al nostro essere calabresi. La globalizzazione, invece, ci costringe ad aggrapparci alla nostra memoria collettiva per non essere omologati. E passati al tritacarne. Mi piace pensare che il nostro futuro possa costruirsi proprio intorno al nostro passato. E sono fiducioso che ciò possa accadere. Ho visto tanti giovani motivati. E molto bravi. Pittori, scultori, orafi. Maestri del ferro battuto e della lavorazione del vetro. Mani che conoscono l’arte del ricamo e della tessitura. Come le donne di Longobucco che, attraverso una cooperativa, si sono inventato un lavoro. E, nel frattempo, tramandano l’antica lavorazione delle lane per farne tappeti d’elevata fattura. Questi giovani  sono una ricchezza. Ed un’opportunità di sviluppo che andrebbe valorizzata e sostenuta. Anziché essere dispersa e trascurata.

Anche una mostra di qualità come quella organizzata dall’avvocato Renato Mandarino può rappresentare una buona occasione per rilanciare mestieri, odori e sapori. E per promuovere l’immagine di una Calabria che va oltre lo stereotipo della ‘ndrangheta, dell’assistenzialismo e della raccomandazione. E’ importante, infatti, dare voce e speranza a “questa” Calabria. Quella che vuole lavorare e produrre benessere e legalità. Questa nuova Calabria non potrà che nascere dalle mani sapienti degli artigiani, dei contadini, dei pescatori. E dalla creatività dei tanti giovani artisti che, avendo fiducia in se stessi, diventano finalmente testimonianza di una civiltà che viene da lontano. I giovani che esponevano a “Paola Mostra” esprimevano cultura. Quella elegante e forbita della Magna Grecia coniugata al rigore scientifico di Cassiodoro e Bernardino Telesio. Così come esprimono cultura i figli dei contadini, dei pescatori e degli artigiani che oggi si laureano nelle università calabresi. Siamo pronti al grande salto. A costruirci, cioè, da soli, il nostro futuro. E’ necessario, però, che questi giovani diventino imprenditori. Sono pieni d’entusiasmo. E possono riuscirci. Hanno bisogno solo di capitali e servizi innovativi. Chiedono troppo? Penso proprio di no.

C’è una leggenda metropolitana da sfatare. Quella secondo cui, in città, e specialmente nella società civile, ci sia un dissenso prevenuto e radical-chic che spara a zero contro l’amministrazione comunale. Sempre e comunque. Non mi sembra. “Paola Mostra”, per esempio, ha raccolto solo consensi. Culturali e politici. Anzi, è unanime l’invito a far sì l’iniziativa si consolidi e cresca ulteriormente. Le critiche di tutti giorni, che ci sono e sono tante, quindi, non nascono da una strategia del discredito e del sospetto. Sono, al contrario, l’inevitabile conseguenza di un modo non condivisibile di concepire le istituzioni ed il governo della cosa pubblica. Anche a chi scrive di politica, d’altra parte, non fa piacere fare la figura del bastian contrario. Onestà intellettuale vuole, infatti, che gli accadimenti si raccontano per quello che sono. E non è certamente chi scrive che li determina. Oggi ho avuto la fortuna di chiosare un avvenimento meritevole della massima considerazione. E mi sono lasciato coinvolgere positivamente. Certo non avrei potuto fare la stessa cosa, se mi fossi interessato di altre sagre di importazione. Non mi ci sarei identificato, perché non appartengono alla nostra tradizione popolare.  “Paola Mostra”, invece, ne coglieva, valorizzandola, la parte più intima e più convincente. Anche per questo credo sia giusto riconoscere i meriti di Renato Mandarino e di quanti hanno finanziato la sua idea-progetto. Lo faccio volentieri. Anzi molto volentieri.

 

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