Una notte senza stelle
E’ stata in prima pagina solo per un giorno. Poi si è spenta nelle brevi di cronaca nera. Purtroppo è così, quando le vittime non fanno notizia. Eppure avremmo dovuto chiederci “perché” la nostra società sia percorsa, nello stesso tempo, da squarci di ordinaria follia e da gesti di sublime testimonianza. Penso a quella ragazzina albanese che, per una notte intera, è rimasta in balia del branco. Sette suoi connazionali hanno fatto scempio dei suoi sogni. Pensavano di averle portato via tutto. Anche quel soffio vitale che, di volta in volta, a seconda delle circostanze, diventa infinito, speranza o ribellione. Si sbagliavano. Quella ragazzina dolorante, offesa nel corpo e nell’anima, infatti, conservava dentro di sé l’amore per i buoni sentimenti. Quelli che rifuggono dalle vendette trasversali, dal ricorso tribale ai boss della propria etnia, dall’accomodamento mercenario della violenza subita.
Questa ragazzina, in fondo, ci ha insegnato che la dignità umana è un bene prezioso. Anche se, spesso, specialmente per i più deboli, conservarla e difenderla costa sacrifici e mortificazioni. Lei, in ogni modo, non ha avuto dubbi. Nonostante le sue paure, la precarietà del suo stato sociale, il pregiudizio che la circonda, ha rifiutato i colpevoli silenzi. E’ andata dai carabinieri a raccontare tutta la sua terribile verità. Non era sola a chiedere giustizia per la sua adolescenza profanata. Accanto a lei c’era la sua famiglia. Insieme, hanno sconfitto il mostro sacro dell’omertà, rompendo, tra l’altro, il cordone ombelicale con la cultura gitana dell’uomo-padrone. Raccontandola, ha rivissuto, attimo per attimo, quella sua lunga notte senza stelle. Forse avrà pianto. Però, ha fatto nomi e cognomi. Ed i suoi spietati kapò, nel giro di poche ore, sono finiti in galera.
Viene facile pensare che si tratti di una storia a lieto fine. Ne dubito. Immagino, invece, per quella ragazzina che ha urlato la sua rabbia, un penoso stillicidio di interrogatori, insinuazioni, pressioni psicologiche. Le istituzioni, anche quelle etiche e sociali, nel frattempo, sono rimaste in silenzio. Né una parola d’incoraggiamento né un gesto di solidarietà. Che ne se fa una povera ragazza albanese? Solo il centro “Roberta Lanzino” si è fatto avanti. E le darà una mano al processo. Per il resto, dovrà sbrigarsela da sola. Non avendo nulla di cui pentirsi, neanche un omicidio piccolo piccolo, non potrà contare sulla protezione e sull’assistenza che viene accordata ai delinquenti incalliti. Quanto meno, ricordiamola per il suo coraggio. Ha sconfitto la violenza, pur non essendo un’eroina da fotoromanzo. Possiamo farlo anche noi. Comunque, grazie. E buona fortuna.