Oligarchie e politica

Credevamo che il culto della personalità fosse una degenerazione del pensiero unico. Negli ultimi tempi, invece, abbiamo scoperto che non appartiene ad una particolare ideologia. Altrimenti non sarebbe sopravvissuto alla caduta del fascismo e del muro di Berlino. Evidentemente è una cultura che trae linfa vitale da una visione egocentrica della politica-spettacolo. Peraltro, la storia dimostra che assume le forme più grottesche, quando, intorno al capo, si affievoliscono le coscienze critiche ed i collettivi pensanti. Per un lungo periodo, dal dopoguerra fino a tangentopoli, il fenomeno è stato tenuto sotto controllo. Specialmente negli enti locali. C'era, infatti, un sistema di pesi e contrappesi (proporzionale, elezione indiretta, controlli amministrativi) che imponevano a presidenti, sindaci ed assessori la ricerca del consenso e della partecipazione. Altrimenti entravano in rotta di collisione con i partiti che, all'epoca, non erano scatole vuote. Certo. Quel sistema era vecchio, superato e, per alcuni versi, corrotto. Andava cambiato. A colpi di referendum, è prevalso il maggioritario. Ispirava fiducia il modello anglosassone che riusciva a coniugare l'alternanza politica con la stabilità amministrativa. Neanche i più pessimisti, pero, immaginavano che un sistema elettorale, altrove virtuoso e trasparente, potesse produrre effetti devastanti. Ovverosia la dissoluzione del ruolo storico dei partiti e l'esercizio oligarchico delle prerogative che promanano dall'elezione diretta. Eppure è così. Basta guardarsi intorno. D'altra parte, anche quest'ultima campagna elettorale si è giocata più sull'immagine dei candidati che sulle ragioni delle coalizioni. Non prendiamocela, quindi, se qualcuno, una volta eletto, si atteggerà a padre padrone.

 

di Roberto Losso

 

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