Marlane: padroni e padroncini
Ricordo quando, da giovane cronista, andai a Praia a Mare per interessarmi dell’industria tessile fondata negli anni ’50 dal conte Rivetti. Il direttore del “Il Giornale di Calabria”, Piero Ardenti, aveva sentito puzza di bruciato. La produzione tirava, attestandosi su livelli competitivi molto vicini a quelli delle filiere del nord. Aveva un suo mercato. I prodotti che uscivano dallo stabilimento calabrese erano considerati di prima qualità. Li utilizzavano, infatti, le migliori marche del made in Italy. Eppure c’era qualcosa che non andava. Gli stipendi arrivavano in ritardo e spesso dimezzati, mentre i sindacati non riuscivano ad avere informazioni certe sul futuro dell’azienda. Il management, da parte sua, trasmetteva messaggi rassicuranti. Al massimo, e sottovoce, riconosceva l’esistenza di transitorie difficoltà finanziarie.
Era una pietosa bugia, che, di fatto, nascondeva un maledetto imbroglio. Lo stesso clima d’incertezza, d’altra parte, si respirava anche nelle aziende di Cetraro e Castrovillari, dove, peraltro, circolavano già voci di licenziamenti di massa. Poi si scoprì che la Marlane e gli altri impianti del cosentino, bilanci alla mano, pagavano il costo della crisi che aveva investito i santuari dell’imprenditoria dei filati e dell’abbigliamento. A Biella e Valdagno le grandi famiglie misero mano al portafoglio per innovare e rilanciare la produzione. Al sud, invece, solo debiti ed industriali in fuga. Anzi, leggende metropolitane raccontavano di tecnologie d’avanguardia, acquistate con i finanziamenti a fondo perduto, che, nottetempo, prendevano le vie del nord. Come sempre, alla fine, furono le Partecipazioni Statali a salvare il salvabile.
Prima l’Imi poi la Lanerossi pagarono gli stipendi, ma non risanarono le aziende. Così, nel 1987, dovendo privatizzare il settore tessile, l’Eni fece lo “spezzatino”. A Cetraro e Castrovillari sbarcarono i padroncini a caccia d’incentivi. La Marlane, invece, passò al Gruppo Marzotto. Evidentemente, il marchio aveva ancora un suo valore commerciale. I più pensarono: un nome, una garanzia. I nuovi proprietari, peraltro, avevano buona fama perché lungimiranti e sensibili al sociale. Si fa per dire. Altrimenti oggi duecento operai non rischierebbero il licenziamento solo perché, nei paesi dell’est, la manodopera costa di meno. La politica ovviamente si dispera. Mentre il sindaco s’appella finanche al buon cuore del padrone. Se questo passa il convento, faccia pure. Credere nei miracoli, in fondo, non è peccato. Almeno per il momento.