I manicomi esistono ancora

di Roberto Losso

 

Ricordo ancora, con raccapriccio, lo spettacolo orrendo di quel lager chiamato ospedale psichiatrico di Nocera Inferiore. Lì venivano internati i malati di mente della provincia di Cosenza. All’epoca, le procedure del ricovero coatto erano sbrigative. Bastava andare in escandescenze, specie se in maniera violenta, per avere il destino segnato. Davanti al male oscuro della psiche umana,  le autorità sanitarie locali certificavano lo stato di pericolosità sociale per sé e per gli altri. La sentenza era scritta. Ed iniziava, a quel punto, una vita senza futuro. Partivano  con la camicia di forza e la scorta dai vigili urbani. Difficilmente, però, ritornavano. Il manicomio, a quei tempi, non era un luogo di cura o di riabilitazione. Era, al contrario, l’anticamera della morte civile. Quasi un girone dantesco nel quale il malato espiava il peccato mortale della sua diversità.

Dopo qualche tempo dell’entrata in vigore della riforma Basaglia, l’Amministrazione Provinciale  avviò un’indagine sul trattamento che era riservato ai malati di mente per i quali pagava la retta. L’assessore ai servizi sociali, Pasqualino Perfetti, insieme ad una delegazione d’amministratori e giornalisti, una mattina, si presentò senza preavviso ai cancelli dell’ospedale campano. Una volta dentro, molti avvertirono un crampo allo stomaco. C’era di tutto. Sporcizia, cibi andati a male, servizi igienici da terzo mondo, corsie fatiscenti e sovraffollate, malati legati ai letti,  personale insufficiente. Gli uomini e le donne che vivevano in quel manicomio non erano più persone umane, ma oggetti vaganti consumati da elettrochoc e psicofarmaci. Furono trasferiti in strutture più dignitose. Pochi tornarono a casa. Nel tempo, avevano perso tutto. Anche la famiglia.

Dopo anni e tante conquiste di civiltà, veniamo a scoprire che, in Calabria, siamo ancora fermi ai manicomi. Ha sostenerlo non sono i soliti apripista del tribunale degli ammalati, ma l’assessore regionale alla sanità. Abbiamo il dovere di prenderlo in parola. Anche perché ha maturato il suo convincimento dopo aver visitato diverse strutture d’assistenza psichiatrica calabresi. Anzi, non si è fermato alla denuncia. Ha convocato i dirigenti dei dipartimenti di salute mentale per dire loro, a muso duro, che la riforma Basaglia non ha prodotto i cambiamenti attesi e sperati. Ed ha dichiarato guerra ai manicomi, promettendo di chiuderli al più presto. Non è mai troppo tardi. Anche se resta l’amarezza di essere sempre e comunque gli ultimi della classe. Anche quando sono in gioco i diritti umani e civili di cittadini emarginati e indifesi. Nonostante tutto, anche questa volta, Cristo si è fermato ad Eboli.

 

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