Mamma, li turchi
Allerta allerta la campana sona... Il grido d’allarme rimbalzava da torre in torre, mentre le popolazioni inermi scappavano sulle montagne per sfuggire ai pirati saraceni. E’ una paura antica, quindi, quella che ci assale davanti alle carrette del mare sovraccariche di clandestini che sbarcano vivi o morti sull’isola di Lampedusa. Spesso, magari senza volerlo, li assimiliamo ai feroci predatori, che, nel medioevo, mettevano a ferro e fuoco le nostre contrade marinare. E’ uno smarrimento della memoria che dura poco. Subito dopo, infatti, ricordiamo d’essere noi stessi un popolo d’emigranti. E comprendiamo, fino in fondo, la drammaticità di quelle immagini, che raccontano storie di povertà, disperazione e libertà negate.
Dicono che un milione di disperati preme alle frontiere della Libia e delle Tunisia. Sigillate le rotte albanesi e quelle della ‘ndrangheta, il canale di Sicilia è diventato il passaggio biblico verso la terra promessa. Sarà uno stillicidio di sbarchi, ma anche di naufragi. Perché, d’inverno, quel tratto di mare è minaccioso e crudele. Come sempre, però, parliamo d’emergenza. Quasi non sapessimo d’essere la frontiera europea dell’immigrazione clandestina. Il fatto è che siamo in bilico tra due culture contrapposte: quella dell’accoglienza e quella della paura del diverso. La prima ci spinge a grandi gesti di solidarietà, la seconda risveglia ancestrali contrapposizioni con l’islamismo, che viviamo con apprensione. Specialmente dopo l’11 settembre.
Non è facile trovare il giusto equilibrio. Il più delle volte, di conseguenza, confondiamo la solidarietà con il gesto della monetina data al bambino del semaforo o la sicurezza con la tolleranza zero. Dobbiamo, al contrario, fare i conti con la realtà. Specie con quelle che non ci piacciono o che ci costringono ad una diversa lettura del nostro modello di convivenza con gli extracomunitari. Uno, il più insidioso e sbrigativo, quello dell’obolo salvifico, è stato messo in crisi dal vice-questore, Teresa Bonofiglio, che ha guidato l’operazione «Spezza catene». Ma è anche colpa nostra, se ci sono delinquenti della peggior specie che, per mille monetine, maltrattano e riducono in schiavitù donne e bambini? Chiediamocelo. Forse troveremo la risposta.