La ricetta di D'Alema
Massimo
D'Alema, nella sua toccata e fuga, ha intercettato il malessere della nostra
regione. Ne ha parlato senza demagogie o fughe in avanti. Quasi dovesse
convincere se stesso, innanzi tutto, che la questione calabrese è arrivata al
capolinea. Gli indicatori socio-economici, infatti, prefigurano un ulteriore
decadimento per questo "sud del sud tragicamente immobile e prigioniero del
proprio passato". I fattori di crisi sono quelli di sempre. Poca
programmazione ed utilizzo a pioggia delle risorse disponibili. La fragilità
della politica, i suoi balletti clientelari e le sue contiguità parassitarie
fanno il resto. Tutto ciò, mentre la ndrangheta sopravvive a se stessa ed al
fenomeno del pentitismo.
Ha parlato da statista, anche se a muso duro. Scegliendo di farlo nel santa
santorum dell'Assindustria. Le sue riflessioni, in ogni caso, hanno colto nel
segno, creando mugugni ed imbarazzati silenzi. Sotto tiro, ovviamente, il
centrodestra. Anche l'Ulivo, però, è stato preso in contropiede. Si aspettava
un tour elettorale tutto rose e fiori. Invece, il presidente dei Ds ha messo dei
paletti che peseranno sulla qualità delle alleanze e principalmente sulla
scelta del candidato alla Presidenza della Regione. A molti saranno fischiate le
orecchie, quando ha richiamato l'esigenza di rendere più visibili e concrete
l'identità politica e la diversità riformista dell'Ulivo. Specialmente dopo
aver "incassato" quel suo: siamo vincenti, ma a certe condizioni.
Nel frattempo, anche per questo, la sua visita in Calabria è stata
depotenziata. Eppure, alla vigilia, sembrava dovesse essere l'evento mediatico
dell'anno. Nonostante tutto, però, il presidente dei Ds ha raccolto il giusto
consenso. Perché ha rilanciato alla grande la questione meridionale. Difficile
dire se la nomenklatura calabrese esprima la necessaria lungimiranza per
trasformarlo in progetto politico. Il dubbio ci sta tutto. Se non altro perché
l'Ulivo nostrano appare culturalmente surgelato, oltre che consociativo e poco
austero. Di sicuro, al momento, ci sono i tanti mal di pancia degli eterni
strateghi delle candidature paracadute. Magari perdenti. Forse temono che D'Alema
tiri la volata a Marco Minniti. Se così fosse, dove sarebbe lo scandalo?