La gallina dalle uova d'oro

di Roberto Losso

 

Torna di moda parlare della Comunità Montana del medio Tirreno e del Pollino. Il motivo è sempre lo stesso. Ciclicamente agli "indipendenti" viene il mal di pancia. E pensano di fare un "ribaltone". Sembra che adesso, grazie anche all'inossidabile Mimmo Sia, la bilancia potrebbe pendere dalla parte del centrodestra. L'ombellico del mondo, in questa circostanza, è un consigliere dello Sdi. Che vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Pretende, però, che la nuova giunta, benché targata centrodestra, sia battezzata come "istituzionale". Un sofisma che la dice tutta sulla qualità della politica. Il cerchio da far quadrare, guarda caso, sarebbe l'organigramma. Come sempre. Anche la giunta in carica è nata sui posti in giunta e sull'equivoco degli "indipendenti". Quattordici incarichi ben retribuiti (Presidente e tredici assessori) non sono sufficienti a tenere insieme una maggioranza di appena 20 consiglieri. Possibile che non ci siano sei "volontari" disponibili a restare fuori della stanza dei bottoni? Possibile. Ma non è di questo che vorrei ragionare. M'interessa, al contrario, analizzare i guasti strutturali che queste maggioranze trasversali, crisi dopo crisi, hanno introdotto nei conti dell'Ente Montano. Che, peraltro, fanno acqua da tutte le parti. E danno una visione compiuta della vocazione dell'Ente a racchiudersi nella nicchia della più scontata ed ovvia inutilità. Quando si parla del bilancio gli addetti ai lavori cercano di salvarsi in calcio d'angolo. Sostenendo in maniera strumentale che la palla al piede sarebbe rappresentata dal personale in esubero rispetto alla pianta organica. E' una bufala di dimensioni gigantesche. Il costo del personale, infatti, per l'80%, è coperto da fondi dello Stato. L'Ente, pertanto, deve garantire solo il 20% degli stipendi. E precisamente poco di più 225 mila euro (pari al 12,4% del bilancio netto). Il nodo scorsoio che strozza i conti, al contrario, è rappresentato dal costo della politica. Gli stipendi agli amministratori assorbono, infatti, il 36,6% delle risorse finanziarie, oltre, ovviamente, alle spese di rappresentanza e di missione che sono liquidate a parte. Un dato, quest'ultimo, che spiega bene perché, nell'immaginario collettivo, la Comunità Montana sia considerata un inutile carrozzone ed un monumento allo spreco. Anzi una gallina dalle uova d'oro. L'ultima mazzata è venuta con l'approvazione del nuovo Statuto che ha portato a 13 il numero degli assessori (tetto massimo fissato dalla legge). Servono proprio 13 assessori per gestire un bilancio netto di appena 1,6 milioni di euro? Fatto sta che la modifica statutaria ha generato un aggravio aggiuntivo dei costi istituzionali di circa 196 mila euro su base annua (pari a circa 360 milioni di vecchie lire). Anche il rapporto indennità/bilancio ha subito un'impennata passando dal 25,8% al 36,6%. Un indice, quest'ultimo, insostenibile. E, quindi, destinato a far ulteriormente degradare il ruolo dell'Ente come promotore di opportunità di sviluppo. E ciò per un fatto molto semplice: se aumentano le indennità (un lordo di quasi 1,3 miliardi di vecchie lire), diminuisce proporzionalmente la disponibilità di risorse da destinare ad investimenti. La marginalità della Comunità Montana, proprio per queste ragioni, d'altra parte, è sotto gli occhi di tutti. Le grandi opere non decollano. Anzi, di solito, si insabbiano subito dopo aver pagato le parcelle ai progettisti. Alcune iniziative finalizzate ad offrire servizi consortili si sono dimostrati un grossolano fiasco. Eppure, tra i dipendenti, ci sono le professionalità e le competenze necessarie per promuovere la valorizzazione del territorio, fornendo ai Comuni associati consulenza e servizi innovativi. Ci sono, infatti, settori ad alto valore aggiunto in cui, specialmente i piccoli Comuni, non possono permettersi una propria autonomia organizzativa e tecnologica. Perché non valorizzare, su questo versante, l'esperienza maturata dai tecnici della Comunità Montana? Un'ultima osservazione. Riguarda le procedure utilizzate per individuare la "popolazione amministrata". Parametro, quest'ultimo, indispensabile per determinare le indennità che competono al Presidente ed agli Assessori. A conti fatti, ritengo che, allo stato, agli amministratori dell'Ente sia riconosciuto lo stesso appannaggio previsto per un Comune con più di 50 mila abitanti. La cosa non mi convince più di tanto. L'art. 7 del D.M. 4 aprile 2000 specifica, infatti, che per l'Unione di Comuni e Consorzi tra Enti Locali la popolazione da prendere in considerazione è quella complessivamente residente nei Comuni associati. E' più restrittiva, invece, per le Comunità Montane. Parla, infatti, esplicitamente di "popolazione montana della Comunità Montana". L'interpretazione che molti esperti danno è di questo tipo: nel calcolo della "popolazione amministrata" relativamente ad una Comunità Montana va compresa non tutta la popolazione residente, ma solo quella parte riconducibile alle caratteristiche di "popolazione montana". Se così fosse, gli amministratori non avrebbero diritto agli stipendi attualmente percepiti, ma a quelli previsti per Comuni di riferimento più piccoli. Credo, infatti, che la "popolazione montana" dei tredici Comuni associati, per lo più rivieraschi, rappresenti sì e no il 30% della popolazione residente. Sarebbe una bella boccata d'ossigeno per il bilancio, se le indennità dovessero essere sensibilmente ritoccate al ribasso. E forse con stipendi meno appetibili anche i "ribaltonisti" di mestiere si darebbe una calmata. Ne trarrebbe vantaggio la credibilità della politica. Fino ad oggi, infatti, sui partiti e sulle rispettive coalizioni ha prevalso l'ambiguità dei singoli consiglieri comunali. Ed in particolare gli eterni "indipendenti" che avevano ed hanno in Mimmo Sia il loro vulcanico "deus ex-machina". La storia si ripete? Personalmente non piangerò lacrime amare, se questo centrosinistra, anch'esso prigioniero politico di qualche indipendente, va a fare un po' d'opposizione. Un equivoco in meno. Un equivoco in meno per la sinistra e per l'Ulivo.

 

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