Incredibile, ma vero!
I matematici le chiamano equazioni cicliche, gli umanisti corsi e ricorsi storici. Entrambi, in ogni modo, sia pure con diverse procedure, individuano fenomeni che accadono nel tempo sulla base di logiche o fattori che hanno una frequenza ed una causa scatenante. Non credo sia una forzatura richiamare questi modelli, quando si tenta di misurare quale sia, di volta in volta, il livello di turbolenza politica all’interno della Comunità Montana dell’Appennino Paolano e del Pollino. Ad essere sinceri, l’andamento è alla Fantozzi. A periodi più o meno lunghi di bonaccia, infatti, si alternano improvvisi temporali di forte intensità. Questo succede, puntualmente, secondo regole non scritte, quando l’orchestra attacca il valzer degli assessorati e delle relative indennità, che, a quanto sembra, sono ritornate di moda. Allora spuntano come funghi i ribaltonisti di lungo corso. Quelli, per capirci, che hanno consacrato Mimmo Sia, assicurandogli la presidenza dell’ente comunitario per quattordici anni. Un’impresa ai limiti del record mondiale, di cui bisogna dargli atto. Se non altro perché ha mostrato il fiuto necessario nel superare indenne le varie leggi di riordino ed il periglioso traghettamento dal sistema proporzionale a quello maggioritario.
Anche il dopo-Sia, comunque, è sbocciato all’insegna del “tengo famiglia”. D’altra parte, sarebbe stato ingenuo aspettarsi che nascesse intorno ad un modello radicalmente alternativo alla cultura degli assessorati e dei ribaltoni. Era inevitabile. Non esistevano, infatti, le condizioni politiche e culturali per farlo. Il nuovo presidente, Giuseppe Bruno, di conseguenza, ha dovuto inventarsi una maggioranza, peraltro risicata, pescando nel sottobosco dei consiglieri in libera uscita. Non mi sembra giusto, però, facendo un bilancio dei risultati, sostenere che, nel suo tentativo, non ci siano stati elementi di novità e di cambiamento. Fin dall’inizio, ha agganciato la sua presidenza al progetto politico del centrosinistra. Quindi, erano gli altri, quelli che altrove tifavano Berlusconi o Fini, a dover dare spiegazioni ai propri elettori. Anche per questa lacerante contraddizione, il centrodestra, dopo la conquista del Sant’Agostino, ha fatto di tutto per disarticolare quell’avamposto del centrosinistra. Non c’è riuscito. Né con le buone né con le cattive. Un fatto è certo: quella bandierina progressista, politicamente dava molto fastidio. Innanzi tutto perché testimoniava che l’Ulivo era ancora vivo e che poteva tornare a vincere.
Spesso, anche in politica, si sottovaluta il valore aggiunto che può derivare dalle cose che diventano simboli. Lo ha capito bene il segretario provinciale dell’Udc, Giancarlo Pellegrino. Infatti, ha convocato il gruppo consiliare del suo partito per dire due cose importanti: 1). Che il centrodestra, controllando la maggioranza dei Comuni, non può permettersi il lusso di lasciare la Comunità Montana nella mani del centrosinistra; 2). Che la presidenza-Bruno è oggettivamente funzionale al progetto politico dell’Ulivo anche in vista delle prossime elezioni provinciali. Di conseguenza, bisogna mandarlo a casa al più presto, riportando all’ovile le pecorelle smarrite di Forza Italia e An. Niente da eccepire. Il Cdu è centrodestra e, quindi, fa il suo mestiere. Non credo si possa dire la stessa cosa di quell’Ulivo rampante, che, appena entrato nel consiglio comunitario, reclama due posti in giunta. Non è la richiesta in sé che fa scandalo. La politica, purtroppo, vive anche di queste cose. Al contrario, è il metodo da post-democristiani incalliti, che suscita perplessità e riserve. Due assessori subito oppure…Oppure che cosa? Una crisi al buio e magari un ribaltone che favorisca il centrodestra? Non ho parole. Quindi, mi limito a dire: incredibile, ma vero!