Ma non si tratta di una guerra santa
Un diluvio di bombe e di missili a lunga gittata ha incendiato Baghdad nel giro di poche ore. La notte dell’Apocalisse ha stroncato le flebili speranze di quelle “anime belle” che fanno del pacifismo una bandiera ed una scelta di vita. Una passione civile e morale da mettere sempre in campo. Senza condizionamenti politici o ideologici. La guerra è sempre guerra. A prescindere da chi la fa e da chi la subisce. Ad essa non possono accostarsi aggettivi. Specialmente se non è condivisa dalla comunità internazionale. Non ci sono, infatti, “guerre sante”, “guerre giuste”, “guerre preventive”. C’è solo la guerra. I suoi crimini. I suoi olocausti. I suoi inutili gesti di eroismo. Solo la guerra che, in sé, è la negazione stessa del “perché” della presenza dell’uomo sulla faccia della terra
Quando un singolo o un popolo ricorrono alla violenza o alle armi rinunciano ad esercitare i principi fondamentali della civile convivenza, che, peraltro, si contano con le dita di una mano. Sono appena cinque: amore, tolleranza, giustizia, libertà e democrazia. Eppure non sappiamo rispettarli. Mostrano i muscoli, i signori delle mafie e della guerra, anziché affidarsi alla propria intelligenza ed alla propria umanità. Pensano, sbagliando davanti alla storia ed alla propria coscienza, che, con le P38 o le bombe “intelligenti”, si possa imporre la propria egemonia o soddisfare la propria ansia di vendetta. Gli States l’11 settembre sono stati aggrediti. Ed hanno pianto dignitosamente i propri morti. Tutto il mondo, anche quello del pacifismo, ha onorato le vittime innocenti delle due torri. Non poteva non farlo. Perché anche il terrorismo è un atto di guerra. Non dichiarata, strisciante, subdola. E terribilmente brutale e disumana.
Adesso in Irak la gente muore e morirà sotto le bombe. Come nel Kosovo, in Serbia, in Afghanistan. Soldati. Tantissimi soldati. Ma anche vecchi, donne, bambini. Inermi. Disperati. Sfiancati dalla miseria e dalla dittatura. Cittadini qualsiasi. Senza faccia e senza nome. E si ripeterà, ancora una volta, il sacrificio dell’uomo e della sua pietas sull’altare del petrolio, delle materie prime, delle ingiustizie che mettono l’uno contro l’altro paesi ricchi e paesi poveri. Questa volta, però, c’è qualcosa di più grave. Almeno sotto il profilo dell’estetica e della morale. La disinformazione che accompagna ogni guerra, infatti, cerca di mescolare il sacro con il profano. Quasi si stesse combattendo, in Irak, una nuova battaglia di Lepanto per preservare il cattolicesimo dal feroce Saladino.
L’angoscia di Giovanni Paolo II, però, è testimone sofferente di questa menzogna. No. Non è una guerra santa. Né giusta. Né inevitabile. Anche un laico incallito come me deve rendere merito alle bandiere della pace che sventolano sui campanili delle Chiese ed in Piazza San Pietro. Alle veglie di preghiera aperte alle diverse religioni, ai non credenti ed agli ultimi degli ultimi. Alle fiaccolate che sono partite dai Santuari. Come, per la prima volta, è successo a Paola, che non è Assisi, ma che può diventarlo, essendo Frate Francesco pellegrino di pace e carità. Viviamo la guerra con la necessaria tristezza e trepidazione. Ma, in nome dell’infinito che comunque è dentro di noi, viviamo la guerra, aspettando la pace. E, nel frattempo, diamo una mano ai profughi che arriveranno sulle coste della Calabria. Saranno tanti. Forse la ‘ndrangheta trasformerà quest’esodo biblico in uno sporco affare. Aiutiamoli lo stesso. Generosamente. Aspettando la pace. Poi, faremo i conti con la nostra coscienza. E, finalmente, forse anche con la ‘ndrangheta e con i signori di tutte le guerre.