Giustizia e dintorni
Sentirlo parlare è sempre e comunque un privilegio ed un piacere. Il suo eloquio scivola sicuro e convincente lungo i sentieri impervi e spesso trascurati della conoscenza, della saggezza e del bene comune. Il fluire di mille dotte citazioni e benevoli arguzie, risveglia in chi lo ascolta il gusto antico dell’agora. Anche i concetti più complessi ed i sentimenti più intimi, come la libertà di pensiero ed il diritto all’uguaglianza, acquistano una dimensione comprensibile, umana e penetrante. Le sue verità senza anatemi o pregiudizi rifuggono, però, dalla banalità dei luoghi comuni, dei teoremi condivisi, della ragion di Stato. Se necessario, quindi, va controcorrente. Spesso, di conseguenza, le sue verità diventano lame affilate che penetrano l’egoistico arroccamento delle coscienze assopite e delle intelligenze distratte. Succede sempre così, quando prende la parola l’avvocato Ernesto d’Ippolito. Figuratevi, poi, quale sia l’intensità del suo dire, se l’argomento riguarda la giustizia, le sue contraddizioni irrisolte ed il suo sofferente rapporto con la gente. Non fa sconti, neanche a se stesso, sul piano del rigore morale e della trasparenza professionale, richiamando tutti e ciascuno alle proprie responsabilità etiche, politiche ed istituzionali.
Sabato sera, nell’auditorium del Sant’Agostino, l’avvocato D’Ippolito ha concluso, nel migliore dei modi, un convegno sulla giustizia che, contrariamente al solito, metteva la persona umana, il suo ruolo ed i suoi bisogni al centro della discussione. Quello spigoloso e puntuale “Giustizia e dintorni: la gente” implicava, di per sé, una scelta di campo. Poca sociologia o fughe in avanti, molta attenzione, invece, al “che fare” per riannodare un rapporto di fiducia e di collaborazione con i cittadini. Le attese non sono andate deluse. Anche perché i relatori hanno raccontato in maniera convincente le proprie esperienze, le proprie difficoltà, le proprie certezze. Ognuno, attraverso la specificità della propria missione istituzionale, ha ricostruito realtà inquietanti: criminalità, usura, pentiti ed illegalità. Tutti, comunque, hanno richiamato e valorizzato la centralità della gente nella lotta alle mafie. Non è uno dei tanti appelli. A lanciarlo, infatti, sono uomini di trincea come Luciano d’Emanuele procuratore della Repubblica di Paola, il pm Vincenzo Luberto sostituto procuratore dalla Dda di Catanzaro, Stefano Dodaro vice-questore di Cosenza. Tre giovani servitori dello Stato che ispirano fiducia, perché parlano anche di speranza.
Chissà perché, ascoltandoli, ho pensato, quasi istintivamente, a Rosario Livatino giudice-ragazzino “martire della giustizia ed indirettamente delle fede” (Giovanni Paolo II). Forse perché ho letto nei loro sguardi una grande serenità ed una totale identificazione con le istituzioni che rappresentano. Credono in quello che dicono e fanno. Meritano, quindi, il nostro sostegno. Lo ha sottolineato anche l’on. Jole Santelli, sottosegretario allo Giustizia, che, per fortuna, non si è addentrata nei meandri delle riforme e relative polemiche. Pragmatica com’è, ha capito che non era il caso. Anche lei, quindi, ha osservato il pianeta-giustizia dalla parte del cittadino. Il coordinatore dei lavori, avvocato Massimo Florita, chiudendo il dibattito, ha detto che al Sant’Agostino è stata piantato un seme che darà frutti. Credo sia il pensiero più gradito che potesse indirizzare al Rotary cittadino, che ha organizzato il convegno. Il club, d’altra parte, benché costituito un anno fa, raccoglie già i frutti della sua proiezione nel sociale. Il presidente-fondatore, Piero Borsani, ne aveva fatto un punto d’onore: tra la gente e per la gente Sta mantenendo gli impegni. Grazie anche all’affettuosa guida di rotariani illustri e colti come l’avvocato Ernesto d’Ippolito.