Fuori dal coro

di Roberto Losso

 

L’on. Jole Santelli non me ne vorrà più di tanto, se, ancora una volta, canto fuori dal coro. E’ mia abitudine andare controcorrente, inseguendo l’utopia della coerenza. Posso assicurarvi che non è facile. Perché c’è sempre il “compagno” dell’ultima ora che ti accusa di remare contro. Però, é gratificante e liberatorio. Specialmente adesso che, anche a sinistra, il dissenso politico e la diversità culturale non sono  più una ricchezza o una risorsa, ma un fastidioso fardello di cui liberarsi in un modo o nell’altro. Meglio, se possibile, sbarazzarsene, esercitando il fascino discreto del libro paga o della catena di Sant’Antonio degli amici degli amici. Altrimenti va bene anche l’insulto o l’ostracismo. D’altra parte, a lungo andare, la cultura dominante non poteva non adeguarsi ai metodi e comportamenti tipici della cosiddetta “razza padrona”. Negli ultimi anni, infatti, la politica cittadina è soggiogata dall’oscurantismo di quel pensiero debole secondo cui «il fine giustifica i mezzi». Sempre e comunque. Anche quando c’è il rischio cocente di  entrare in conflitto con la propria identità politica o di mostrarsi poco sensibili al rispetto del patto di lealtà e reciproca fiducia sottoscritto con gli elettori. Questi, purtroppo, sono i tempi ed i costumi.

La vicenda Tor di Valle e, ancor di più, il suo fruttuoso epilogo stanno dentro a questo scenario di decadimento delle regole e dei valori. Sembra quasi che si sia smarrito il senso della legittimità degli atti e della trasparenza degli organismi che li determinano. Ne dovrebbe conseguire che tutto ciò che è accolto e deliberato, anche ai massimi livelli decisionali, è riconducibile al «provvido intervento» di qualcuno che può chiedere ed ottenere in funzione del ruolo che ricopre nelle istituzioni o nei partiti. Se questa non è apologia della raccomandazione, poco ci manca. Non è bello doverne prendere atto. A rendere ancor più deprimente questo risorgente culto di giolittiana memoria, ci pensano gli estimatori di professione. Quelli, cioè, che ritengono doveroso “sottolineare”, “ribadire”, “dare atto”, “ringraziare”, “applaudire”. Quasi che, senza la loro pubblica testimonianza d’«amorosi sensi»,  l’eroica impresa di una telefonata fatta al momento giusto alla persona giusta per sapere «a che punto sta quella pratica che mi interessa così tanto» non fosse adeguatamente compreso ed apprezzato. Che dire? Quello che disse Otto von Bismarck: «Dio salvi il Re dall’adulazione dei suoi ciambellani». Anche di quelli politicamente distanti.

Non sottovaluto il rischio-dissesto, ove mai il Comune fosse stato costretto a pagare in proprio il debito Tor di Valle. Né disconosco l’impegno dell’on. Jole Santelli per risolvere diversamente il problema. Sarebbe stato gradevole, se un po’ tutti avessimo compreso che erano questi i giusti limiti entro i quali incanalare primogeniture e ringraziamenti. Molti, anzi troppi, invece, hanno inteso andare oltre, giocandosi politicamente la carta del «centrodestra che salva la città» e del «governo proteso alla risoluzione dei problemi che attanagliano le realtà locali». A tutto c’è un limite. Quanto meno in termini di buongusto e verità. Vediamo perché. Il commissario prefettizio, Diego Vanella, leggi alla mano, ha chiesto al Cipe di accollarsi gli onori giudiziali connessi alla costruzione del Palazzo di Giustizia. L’organismo interministeriale ha istruito la pratica ed ha accolto la richiesta. Il punto è: lo ha fatto perché le carte erano a posto oppure perché era Jole Santelli a spingere in tal senso? E’ impensabile, o per lo meno me lo auguro,  che il Cipe decida la destinazione delle risorse finanziarie solo per ragioni politiche. Al massimo, quindi, avrà accordato una corsia preferenziale. Non è cosa da poco. Gridare al miracolo, però, mi sembra quanto meno esagerato. O no?

 

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