Una frittata gigantesca...
di Roberto Losso
Il centrodestra ormai ragiona e si comporta come un regime. Ha oltrepassato, infatti, il confine della legalità democratica e della compostezza istituzionale. E la gestione autoritaria del caso-buono lo dimostra ampiamente. Finanche il Consiglio Comunale è stato svuotato dei propri poteri e delle proprie prerogative. Quasi si trattasse di un “accampamento per manipoli” o di un’”aula grigia e sorda”. E’ immorale aver preteso lettere di dimissioni in cambio di una candidatura. E’ ugualmente censurabile, però, averle firmate. Le elezioni, d’altra parte, sembrano essere diventate una specie di concorso per acquisire la fruttuosa qualifica di consigliere comunale. Un mestiere come un altro. Ben retribuito, se si accetta la logica dei gettoni di presenza, degli assessori di riferimento e del “qui comando io”. Si rivoltano nella tomba, davanti a tanta spudoratezza, galantuomini della politica come Sergio Pizzini, Alberto Stillo, Mario Grossi, Francesco Marcelli. Allo stesso modo credo esprimano un moto di ripulsa culturale e morale amministratori come Antonio Eboli, Franco Argentino, Francesco Lo Giudice. Amati e rispettati, al di là dell’appartenenza politica. Perché, quando indossavano la sciarpa tricolore, ne sentivano il peso e la responsabilità. E se ne facevano carico. Anche a costo di rimetterci qualcosa di tasca propria. Le indennità che percepivano, infatti, erano bruscolini rispetto ai maxi-stipendi che incassano oggi i nostri presunti ed invisibili governanti.
Certo, sono immorali le lettere di dimissione “scippate”. Così com’è da considerare una faida di stampo mafioso averle fatte protocollare all’insaputa del diretto interessato. Questo scenario deludente, comunque, non giustifica la strategia oltranzista che il “polo” ha messo in atto. E’ deplorevole cercare cavilli, quando, pochi mesi fa, nessuno si è fatto scrupolo di “dimissionare” l’architetto Salvatore De Cesare. Anzi, gli “unti del Signore” si sono scatenati per mettere il centrosinistra alla berlina. Adesso, invece, si cercano scorciatoie. Si convocano Consigli Comunali con ordini del giorno alla Ponzio Pilato. Poi, esercitando un potere non previsto dallo Statuto, queste convocazioni sono annullate d’autorità senza consultare nemmeno i capigruppo. Almeno quelli di minoranza. La via maestra della democrazia non è questa. E’ un’altra. Cioè: il rispetto delle regole. Sempre e comunque. Anche quando, per farlo, si rischia qualcosa. Altrimenti, appunto, si ragiona e ci si comporta come un regime d’avanspettacolo. A risolvere il “giallo” della manine sconosciute che hanno giocato un brutto scherzo al consigliere Silvio Buono ci penserà la magistratura. Nel frattempo, però, valgono le norme che regolano le autonomie locali. D’altra parte, perché fare forzature? E’ evidente, infatti, che il giovane consigliere del nuovo Psi non avrà difficoltà a far valere le sue buone ragioni davanti al TAR. Specialmente se, come sembra, la sua lettera di dimissione è stata vistosamente “taroccata” per farla diventare presentabile.
In ogni caso, la frittata è servita. E questa è davvero gigantesca. Non mi riferisco solo allo squallore di un modo di fare politica fondato sul ricatto, sui colpi bassi, sul culto della personalità. Parlo, al contrario, di una città alla deriva. Senza un progetto e senza un’idea di sviluppo. Senza una sua identità ed un suo ruolo nel contesto della società e delle istituzioni del medio Tirreno Cosentino. E perché, oltre la porta di San Francesco, dovrebbe esserci la benché minima considerazione per un’amministrazione e di un gruppo dirigente che offre di sé un’immagine insipida, rissosa e poco trasparente? Ormai contiamo come il due di coppe. E, di conseguenza, quando è possibile ci sbattono la porta in faccia. Anche nei consorzi locali ai quali, peraltro, assicuriamo risorse finanziarie ben più sostanziose di quelle versate da piccoli e piccolissimi Comuni. A questo punto ci ha portato la miopia di una politica che non riesce a pensare alla grande. Un tempo, Paola era punto di riferimento politico e culturale. E’ stato così, per esempio, al tempo della sperimentazione dell’alleanza di centrosinistra. La città, infatti, era un laboratorio di idee e di progetti. Ed era ritornata ad esserlo con Antonella Bruno Ganeri. Adesso ci siamo nuovamente arenati nella palude delle furbizie, dei personalismi e degli interessi clientelari.
Intorno a noi, nel frattempo, si avvertono segnali inquietanti sul versante della criminalità organizzata. Che si ripropone come soggetto politico attivo. Con le sue contiguità ed i suoi patti scellerati. Ed esplode anche il dramma delle nuove povertà, delle devianze giovanili e dei diritti violati. Come quelli dei portatori di handicap che non possono raggiungere il mare, perché nessuno si preoccupa di spendere pochi euro per costruire qualche scivolo degno di questo nome. Non c’è rispetto per i diritti civili, per la dignità delle persone, per la credibilità delle istituzioni. Così come non c’è lavoro, mentre opere finanziate per centinaia di miliardi di vecchie lire restano chiuse nel cassetto. Solo perché pensate e portate avanti dal centrosinistra. Questa è cultura di regime, alla quale bisogna rispondere in un solo modo: resistere, resistere, resistere. Attenzione, però, a non fare di tutta l’erba un fascio. Non è il centrodestra in sé a proporsi culturalmente come una repubblica delle banane. Anche a destra ci sono donne e uomini che pensano positivo. E che oggi guardano sgomenti a questa “cosa” senz’anima e senza dignità in cui si è trasformata la proposta politica nella quale si erano riconosciuti il 13 di maggio dello scorso anno. Dobbiamo coinvolgerli nell’ormai inevitabile “lotta di liberazione” che bisogna pensare ed organizzare. Al più presto. E nel migliore dei modi. Per dire, innanzi tutto, che indietro non si torna.