Ma Frate Francesco predicò anche l'amore
nell'esercizio dell'autorità
di Roberto Losso
Mi è stato chiesto, più volte, ora con benevola attenzione ora con malcelata provocazione, perché, da laico, mi senta così coinvolto nelle vicende che riguardano da vicino l'opera e la spiritualità di Frate Francesco da Paola. Questa volta, però, la richiesta è stata più insistente e, per molti versi, poco tollerante. Quasi che lo strappo che si è consumato nella città sulle innovazioni introdotte nella festa del "4 maggio" fosse una questione privata della comunità ecclesiale. Non è così. Quello che è successo, al di là dei singoli episodi per quanto gravi e preoccupanti, va ben oltre gli steccati dell'appartenenza religiosa. E' un segnale d'allarme sulle tensioni sociali e morali che attraversano la città. Le "tradizioni negate", facendo leva su una devozione profonda e sincera, hanno funzionato da detonatore. Solo se coniugata con un malessere più profondo e diffuso, infatti, i cambiamenti pastorali introdotti da Monsignore Agostino possono aver innescato un fenomeno di rigetto tale da sfociare nella protesta di piazza e fors'anche nella violenza (mi auguro di cuore, in ogni modo, che l'aggressione a Padre Vincenzo non sia riconducibile a questa matrice). Se non ce ne rendiamo conto, rischiamo di leggere gli avvenimenti in maniera riduttiva, perdendo un'utile occasione per avviare una riflessione seria ed approfondita sul presente e sul futuro della città. L'associazionismo cattolico, purtroppo, ha assunto posizioni che non vanno in questa direzione. I suoi interventi, infatti, sono tutti rivolti a chiedere a quei devoti di Frate Francesco, che hanno protestato e dissentito, un atto di sottomissione al primato del Vescovo come momento indispensabile di riconciliazione e di perdono. Senza interrogarsi sulle ragioni dell'evidente sproporzione che, di fatto, esiste tra "causa" (i divieti vescovili) ed "effetto" (le contestazioni di piazza). Così facendo, avvalora la tesi secondo cui a Paola è in corso una guerra di religione. Mentre forse siamo davanti alla prima grave manifestazione di un malessere sociale in incubazione, che, solo occasionalmente, è esploso il 3 e 4 maggio sotto lo stimolo emotivo delle "tradizioni negate". Tra l'altro, limitandosi a ricondurre la qualità dei fatti accaduti ad un fenomeno di pura disobbedienza spirituale, non rendono neanche un buon servizio a Monsignore Agostino. Specialmente alla luce di quanto i Vescovi della Calabria scrissero nel "messaggio ai fedeli nel V centenario della partenza di San Francesco di Paola per la Francia". E precisamente: "La carità non è stata per il nostro Santo un vago sentimento; è stato un valore, un ideale, una forza che lo ha sostenuto in tutte le manifestazioni della sua vita. L'amore è stato il suo grande insegnamento: amore nella giustizia, amore nel perdono, amore nell'esercizio dell'autorità, amore nell'umile sottomissione, amore nell'ammonire, amore nel correggere, amore nel punire: sono state le sue grandi direttive per costruire una vera comunità umana, ove il bene dell'uomo, fosse anche del reprobo, è stato ritenuto il valore primo e fondamentale da rispettare e salvaguardare". Trovo legittimo che mi sia chiesto, magari con maggiore serenità, "perché" ritengo di poter esprimere il mio pensiero laico su vicende che sono "squisitamente religiose" (ma anche sociali e culturali, almeno dal mio punto di vista). Debbo riconoscere che me lo sono chiesto anch'io. E mi sono reso conto che la questione non riguarda il "perché". Non sempre c'è un "perché" per spiegare le nostre scelte. La razionalità a tutti i costi, la verità indivisibile, il ragionamento necessariamente scientifico sono, in fondo, il peccato originale della cultura laica. E spesso diventano anche un fardello di cui, a volte, ci si vuole liberare. E seguire così le proprie suggestioni, lasciandosi andare nel mondo dell'irrazionale e del festoso gioco della speranza. Lo ammetto. Quest'uomo di nome Francesco attrae la mia fantasia. Coinvolge la mia umanità. E tutto questo senza avvertire il bisogno di modificare le mie scelte di vita. La spiritualità di Frate Francesco, infatti, per essere compresa, non richiede mutamenti così categorici. Né presuppone la mortificazione dei valori che stanno alla base del libero pensiero e della coscienza umana. Anzi li esalta. Un messaggio così chiaro e semplice può diventare patrimonio di tutti e di ciascuno. Anche di un laico. Perché scandalizzarsi, avanzando magari qualche primogenitura poco ecumenica e poco francescana?