Eppure c'eravamo tanto amati
di
Roberto Losso
Un Far West. Non è altro che un Far West. La vita amministrativa si è incattivita. E sprigiona veleni, congiure e colpi bassi. La furbizia ed il cinismo, di conseguenza, sono diventati cultura dominante e prevaricatrice. Qualcuno se ne fa un merito, teorizzando che la politica, quella “vera”, richiede proprio queste “doti”. Furbizia più cinismo uguale a spregiudicatezza. L’equazione purtroppo fa proseliti. Anzi dilaga. Idee, valori, sentimenti diventano un optional. Chi li coltiva o li apprezza rischia di ritrovarsi sul lettino di uno strizza-cervelli. Guardandosi intorno, infatti, potrebbe convincersi di essere un diverso o di avere qualche rotella fuori posto. Oggi, infatti, si atteggiano a cavalieri della tavola rotonda proprio quelli che sbattono i pugni. Che chiedono ed ottengono privilegi e benefici per se stessi (per i propri parenti e per le proprie fameliche clientele). Che tengono la città inchiodata al palo solo perché non hanno ancora ottenuto tutto quello che pretendono. Anzi quello che gli spetta come bottino di guerra. E lo dicono apertamente. Senza pudore. Senza neanche preoccuparsi di addolcire la pillola. Ed i cittadini assistono sbigottiti e preoccupati alla sgradevolezza di tanto arretramento morale, politico e culturale.
1). Ma che cosa è successo a questa città operosa, ricca di cultura ed intelligenze, espressione di un volontariato diffuso che, giorno per giorno, da una mano a chi ne ha bisogno, che regala giorni di mare e serenità ai bambini di Cernobyl, che fa diventare subacquei non vedenti e portatori di handicap? Che fine ha fatto la “città dei quartieri”, che aveva riscoperto il valore delle tradizioni, la voglia di stare insieme ed il piacere della solidarietà per la famiglia della porta accanto? La città dei vicoli e del “Cancello”. Così meravigliosamente descritta in un saggio inedito del compianto dottor Pasquale Nicolini. La città degli antifascisti dimenticati. Ed offesi da un revisionismo incolto, che ha tentato di omologare i partigiani morti all’”ombra di un bel fior” agli assassini in camicia nera della decima Mas di Junio Valerio Borghese. E dove sono i “ragazzi dell’arcobaleno”, quelli che lanciarono l’idea delle “mille lire per il Kossovo”, che poi dilagò in tutte le scuole italiane, raccogliendo miliardi e miliardi d’aiuti umanitari per quella sfortunata regione europea? Sembra essersi dissolta nel nulla la “Paula Felix” che, secondo la devozione popolare, gli angeli benedissero la notte in cui nacque Frate Francesco.
2). Lo scritto più volte. E lo ripeto: Paola non è Assisi. Non perché non potrebbe esserlo. Anzi. Non lo è solo perché è mancato l’amore necessario per far sì che lo diventasse. Anche l’Ordine dei Minimi se ne sta rinchiuso nel suo inespugnabile Santuario. Quasi gli creasse disagio il contatto con la città. Con le sue nuove classi di povertà e con l’empietà dei nuovi Ugonotti che vendono droga spacciandola per felicità. Convive silenziosamente, invece, chiedendo varianti al Prg, con una classe politica che ha smarrito il sentimento del bene comune. Inutile, quindi, aspettarsi una scelta di campo nel nome di Frate Francesco. Ad Assisi marciano per la pace. Invitano i rappresentanti di tutte le religioni del mondo a pregare insieme al Papa. Si incontrano palestinesi ed ebrei per scambiarsi un ramoscello d’ulivo. A Paola si benedicono macchine e si celebrano matrimoni. Si prendono i soldi pubblici con il meritevole impegno di far nascere un ricovero per malati terminali. Poi, però, lo si trasforma in un albergo. Eppure la città, oggi più che mai, avrebbe bisogno di un riferimento spirituale capace di richiamare la politica alla consapevolezza del proprio ruolo e delle proprie responsabilità. Paola non è Assisi. E forse non lo diventerà mai.
3). Non mi interessa sapere se il centrodestra nostrano se la caverà. Non è più questo il problema. La questione vera, infatti, è la devastante caduta di credibilità delle istituzioni. La gente ormai osserva con distacco ed irritazione il divenire delle cose amministrative. Ciò vuol dire che i cittadini hanno perso ogni speranza. Specialmente quella di costruire, insieme ai propri governanti, un futuro con la “luce del mattino negli occhi”. E scatta, quindi, un meccanismo perverso. L’opinione pubblica contesta la politica. E la politica, a sua volta, si inaridisce ancora di più. Avvertendo la propria solitudine, tenta l’ultimo colpo di coda. Ne deriva un clima di sfiducia e di sospetto che non favorisce il ricambio della classe dirigente. E’ questa la degenerazione più pericolosa. Al momento delle elezioni, infatti, la società civile, il mondo delle arti e delle professioni, le giovani generazioni si defilano. Perché non hanno fiducia. Le liste, alla fine, sono confezionate, attingendo nel ristretto ambito dei partiti e delle clientele ad essi collegati. E così la città si ritrova ostaggio di conventicole e lobby. Qualcuno oggi nel “polo” sospira canticchiando “C’eravamo tanto amati”. Fino al 13 maggio. Poi, è stata guerra totale e con la ferma volontà di non fare prigionieri.
La situazione politico-amministrativa è arrivata al punto di non ritorno. Ci sono, infatti, due sole opzioni praticabili: a) il centrodestra rimette insieme i propri cocci, accontentandosi di tirare a campare ancora per qualche mese; b) oppure si avviano le procedure per lo scioglimento anticipato del Consiglio Comunale. Chi teorizza l’esistenza di una terza via si sbaglia. Non ci sono scorciatoie né compromessi possibili. Il centrodestra ha alzato troppo il livello dello scontro, negando più volte all’opposizione l’esercizio democratico dei propri diritti Non c’è spazio, di conseguenza, per un dialogo di tipo anglosassone. Non lasciamoci, inoltre, fuorviare dalla solita litania interessata e strumentale secondo cui l’arrivo di un commissario prefettizio bloccherebbe lo sviluppo della città. Ma di quale sviluppo? Di quello che non è stato nemmeno pensato e progettato? Non raccontiamo baggianate. Certo un commissario, sia pure per un paio di mesi, si limiterebbe a garantire l’ordinaria amministrazione. E che cosa ha fatto di diverso il centrodestra in questi snervanti quindici mesi? Chiediamolo ai cittadini. Secondo me non avrebbero dubbi. E sceglierebbero il commissario prefettizio. Un “notaio”, d’altra parte, è sempre meglio di un regime.