Due città a confronto

di Roberto Losso

 

La faccenda, a prima vista, potrebbe apparire come l’ennesimo “botto” legato all’allegra finanza del mondo del calcio con i suoi ingaggi da superenalotto ed i suoi falsi in bilancio. Storie d’ordinaria follia intorno e dentro ad uno sport che ormai, a livello professionistico, ha perduto il fascino antico del sudore e dei piedi buoni. Purtroppo, almeno nel nostro caso, non è così. Non discutiamo  solo di un vertiginoso “buco” contabile. Com’è stato per la Fiorentina o per il Lanerossi Vicenza del mitico Paolo Rossi. L’”affaire” Cosenza Calcio, è un’altra cosa. Almeno secondo le tesi accusatorie degli inquirenti della procura distrettuale antimafia. Ci sarebbe, infatti, un intreccio perverso ed omertoso tra faccendieri del pallone, clan mafiosi e tanti soldi più o meno sporchi. Ma non è questo che provoca sconcerto ed allarme sociale. Alle storie di malcostume in fondo siamo abituati. Sono tante. Alcune balorde, altre più raffinate. Quella di cui parliamo appartiene a quest’ultime, ma con una aggravante. C’impone, infatti, di fare i conti con una pungente contraddizione, percepita peraltro chiaramente dalla gente comune. E cioè: il conflitto lacerante che esiste tra due città a confronto. La Cosenza europea sognata e progettata da Giacomo Mancini. E la Cosenza sommersa del malaffare e dei colletti bianchi. Davanti al fragore del caso-Pagliuso, anche i più restii hanno metabolizzato la persistenza di questa tragica dualità. E la città è sotto choc, perché si sente tradita nel suo primo amore e perché avverte l’oscuro ribollire del proprio ventre molle. Sempre in agguato per portarle via qualcosa in termini di sviluppo, sicurezza e qualità della vita. E’ sotto choc, come forse non le era mai successo. Neanche davanti ad altri recenti, e gravissimi, scandali che pure hanno coinvolto segmenti importanti della società delle arti e delle professioni. La dissoluzione della favola bella dello “squadrone rossoblu”, testimonial del buon nome e della tradizione popolare della città, ha innescato una reazione a catena nell’immaginario collettivo.  Perché il calcio, a Cosenza, incarnava qualcosa di più di uno svago domenicale. Era un diffuso innamoramento con una sua sacralità al limite del profano. E’ difficile dire se, per i cosentini, venivano prima i Lupi o la Madonna del Pilerio. Vederlo oggi profanato, sbattuto in prima pagina, associato alle devianze del crimine organizzato, crea disorientamento e stupore. E getta anche un’ombra sulla reale portata della prospettiva europea  di una comunità che, al proprio interno, alimenta canali così virulenti di contaminazione e di contiguità. La sensazione sgradevole che se ne ricava è che, tra le due città, non ci sia ancora una ben definita linea di demarcazione morale e culturale. La zona grigia degli intoccabili evidentemente resiste e funziona da vaso comunicante. Adesso, però, il Re è nudo. E indietro non si torna.

 

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