Donne e politica

di Roberto Losso

 

Dicono che Giovannella Cencetti, a breve, lascerà la giunta-Perrotta. Me ne dispiace, perché poteva fare un buon lavoro. Magari dando una bella «strigliata» alla società dei partiti che, purtroppo, continua a mostrarsi terribilmente maschilista. Dirlo non è una provocazione. Niente donne in Consiglio Comunale e, tanto meno, sui ponti di comando. Eppure sinistra e destra, parlando di pari opportunità, non fanno altro che magnificare la diversità creativa e lungimirante della politica al femminile. Quello che più sconcerta, comunque, è l’arretramento culturale che si è registrato negli ultimi anni. L’esperienza d’Antonella Bruno Ganeri, sindaco e senatrice, sembrava aver avviato un nuovo rinascimento anche per le donne in carriera o in politica. Poche mimose e qualche presenza in più nella vita dei partiti e delle istituzioni. Il processo, peraltro, almeno nel centrosinistra, si presentava quasi irreversibile. Anche il dopo-Ganeri, infatti, si tingeva di rosa con la candidatura a sindaco di Loredana Grossi, un’altra donna presa in prestito dalla società civile.

Invece, inaspettatamente, è ritornato di moda quel meccanismo tribale che delega all’uomo-padrone, referente della famiglia allargata, la rappresentanza e la gestione dei voti. Il risultato è quello che è. Il rosa scompare o, peggio ancora, quel poco che s’intravede, sia pure in ruoli marginali, vive di luce riflessa. Nel senso che c’è, o perché altrimenti si rischia il ridicolo o perché qualche azionista «illuminato» ha deciso che sia così. Una città senza donne nella progettazione del futuro non mi sembra il massimo della società plurale del terzo millennio. Anche perché la realtà è ben diversa da quella rappresentata dalla partitocrazia. C’è uno strappo, infatti, tra «società politica» e «società civile». Nella prima le donne scompaiono. Nella seconda, invece, esprimono presenze ed intelligenze che le portano a ricoprire ruoli sempre più strategici. E’ così nella magistratura, nel mondo delle arti e delle professioni, nella scuola e nella cultura, nellO sport (un pugno di ragazze tutto cuore, per esempio,  ha conquistato la B2 nel campionato di pallavolo).

C’è, però, un aspetto del maschilismo nostrano che mi lascia particolarmente indignato. E cioè: l’indifferenza con cui assiste, quasi soddisfatto, al disimpegno delle poche donne attivamente presenti in politica. Non tiene conto delle loro esigenze né le incoraggia, pur sapendo che, per loro, la strada è tutta in salita. Se a dire «tolgo il disturbo» sono dirigenti in rosa, non si muove neanche una foglia. Se, invece, la minaccia proviene da dirigenti al maschile, apriti cielo. Si mobilita mezzo mondo per distoglierli dall’«insano gesto». Specialmente se, a tirare la corda, è uno dei «referenti» ai quali le famiglia allargate affidano la cura del proprio capitale elettorale. Quest’ultima riflessione prende spunto dall’intervista-verità con cui Anna Anselmo ha puntualmente spiegato le ragioni del suo disimpegno da Forza Italia e dalla politica attiva. Ha detto cose meritevoli di essere approfondite e riscoperte. Almeno da parte dell’on. Jole Santelli, se non altro perché donna e deputato di collegio. Nel frattempo,  un altro po’ di rosa se ne và. Peccato.

 

www.ildiario.too.it