Diamo a Cesare...

di Roberto Losso

 

Diamo a Cesare quello che è di Cesare. Lo ha detto, duemila anni fa, qualcuno che predicava e praticava l'equità come scelta di vita e che, anche per questo, ancora oggi, è messo in croce. Magari attraverso un'ordinanza in punta di diritto che ne decreta lo sfratto immediato dalle aule scolastiche. Anche questo richiamo all'osservanza delle leggi, comunque, ha una sua trascendenza ed una sua attualità. Perché lega indissolubilmente i diritti ai doveri e stabilisce quale debba essere, in una società solidale, il giusto rapporto tra cittadini ed istituzioni. Ne consegue, per esempio, che pagare il giusto in tasse e tributi è un dovere, essere informati sul "come" e "perché" si spendono è un diritto. Questo concetto antico, pur restando in fondo sempre uguale a se stesso, nel tempo, è stato diversamente applicato. Spesso, anzi, è stato piegato alla ragion di Stato. Nel senso che a rispettarlo, nella sua interezza, sono i cittadini. Almeno quelli che versato il dovuto alla "res pubblica". I governanti ovviamente s'impegnano a farlo, ma, il più delle volte, dimostrano una qualche stridente contraddizione tra le parole ed i fatti. Questa cosa impalpabile e terribilmente necessaria chiamata trasparenza, di conseguenza, è affidata non al rispetto puntuale delle regole, ma al buon senso ed alla sensibilità del gruppo dirigente. Quando c'è, ne vediamo i benefici. Altrimenti assistiamo impotenti al walzer delle mezze verità e del gioco delle tre carte. Ne deriva che, in molte situazioni e circostanze, la coerenza non è vissuta come un valore di tutti i giorni e di tutte le stagioni politiche. Disinvoltamente, di conseguenza, sono riciclate scelte che, fino a ieri, erano ritenute infruttuose o contrarie all'interesse generale. Sembra quasi che la giustezza delle argomentazioni dipenda più dal ruolo che dalla realtà. E' una specie di sindrome pirandelliana del "così è, se vi pare". Facciamo un esempio. Chi è all'opposizione, di solito, grida al caro-tasse. Poi, però, diventando maggioranza, al massimo le lascia così come sono o, peggio ancora, se il piatto piange, le aumenta senza pensarci due volte e senza spiegarne chiaramente il perché. Al centrodestra ed alla giunta-Gravina sono state fatte le pulci su iniziative che sembravano più funzionali agli equilibri politici interni che ad effettive esigenze amministrative. In alcuni casi, anzi, opposizione, stampa ed opinione pubblica sono state intransigenti. Anche il vostro cronista ha picchiato duro. Gli sembrava giusto e doveroso. Specialmente quando si parlava di indennità mensile per i consiglieri comunali o di vice-assessori anch'essi retribuiti. Entrambi i progetti sono abortiti. Forse perché il "polo" ha fatto karakiri prima che fossero approvate le necessarie modifiche allo Statuto. Adesso, però, le stesse proposte - opzione di scelta per i consiglieri comunali tra gettone di presenza o indennità e vice-assessori - riemergono all'interno del centrosinistra. Sarebbe oltremodo sconveniente non porsi oggi gli stessi interrogativi di ieri. A meno che, nell'ipotesi dell'Ulivo, non ci siano elementi che, rispetto al passato, cambiano radicalmente i termini del discorso. Se così fosse, ne prenderemo volentieri atto. Allo stato, però, abbiamo tutto il diritto di dubitarne. E di chiederci: ma i soldi ci sono?

 

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