Se prevale il carpe diem

di Roberto Losso

 

La Regione Calabria partecipa al 43° Salone Nautico di Genova per valorizzare le potenzialità dei porti turistici realizzati e progettati con i finanziamenti europei. L’idea-guida è che la portualità minore rappresenta, nelle regioni meridionali, un fattore moltiplicatore in termini di sviluppo ed occupazione. Almeno così la pensano a Bruxelles, che, non a caso, ha destinato risorse importanti per la creazione di nuovi posti barca con relative strutture ricettive, commerciali, ricreative e di supporto logistico. Il fiore all’occhiello del management calabrese sotto la Lanterna sono le nuove infrastrutture di Cetraro, Amantea, Vibo Valentia, Isola Capo Rizzuto e Crotone. Alcune già funzionanti, altre in via di completamento o d’inizio lavori. Chissà perché il progetto-Paola, anch’esso finanziato con i fondi comunitari, non è citato né tanto meno compreso nella promozione delle opere nautiche da realizzare sulle coste calabresi. Non vorremmo che “là dove si puote” abbiano messo gli occhi su quei finanziamenti inutilizzati per dirottarli altrove. Tutto è possibile, quando il gruppo dirigente di una città, nel suo insieme, da segni di debolezza, rimettendo in discussione le proprie scelte e le proprie prospettive. 

Non vorrei essere frainteso. Non difendo, in sé e per sé, l’idea del porto turistico, accreditandola come lo strumento miracoloso che possa risolvere, da solo, questioni complesse come sviluppo ed occupazione. Mi limito, semplicemente ed in maniera convinta, ad affermare che, al momento, è uno dei pochi progetti di largo respiro, che fuoriesce dalla logica del “carpe diem”. In assenza d’alternative concrete o di una rivisitazione complessiva del “che fare” nell’immediato futuro, penso sarebbe una scelta kamikaze discostarsi dalle linee-guida del PRG, di cui porto turistico e piano di recupero urbano sono parte integrante. Un orientamento, quello dello strumento urbanistico, che resta valido, nonostante alcune striscianti e disastrose incursioni del centrodestra sull’uso del territorio o del litorale (per esempio: varianti, sanatorie e piano spiaggia). Li limito, pertanto, ad una riflessione di carattere generale e, quindi, mi chiedo: perché la politica cittadina persiste nel privilegiare l’ordinaria amministrazione? Sembra quasi che abbia paura di volare alto. D’altra parte, chi ci ha provato n’è uscito con le ossa rotte.

Penso, per esempio, a Francesco Lo Giudice, sindaco socialista, che aveva legato il suo mandato popolare alla città dei quartieri, ai beni culturali ed ambientali, alla riqualificazione del territorio (Fiumarella e parchi fluviali) come opportunità di sviluppo sostenibile. Idee e proposte innovative, proprie del volare alto, che, comunque, non furono capite. Neanche nel suo partito, l’ex-Psi, che pensò bene di cedere la carica di sindaco alla Dc in cambio della maggioranza in giunta. Anche il suo successore, Antonio Pizzini, però, da questo punto di vista, non ebbe migliore fortuna. Auspice Riccardo Misasi,  ministro delle Partecipazioni Statali, infatti, riuscì a “strappare” alla Insud una convenzione molto vantaggiosa. La società pubblica, infatti, si impegnava a realizzare un insieme d’opere chiavi in mano a fronte di una provvigione inferiore a quella che i Comuni spendono per progettazione e direzione dei lavori. Dissero che c’era il trucco, senza mostrare quale fosse, e non se ne fece nulla. Non vorrei che la storia si ripetesse intorno al modello-Ganeri. Evidentemente siamo ancora prigionieri della cultura dell’effimero e delle piccole cose. Forse perché i grandi progetti hanno tempi più lunghi rispetto alle scadenze elettorali.

 

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