Aziende in crisi

di Roberto Losso

 

Questa è bella. Anche il Senato della Repubblica potrebbe entrare nella lista delle aziende in crisi. Ovviamente non si parla di cassa integrazione e liste di mobilità. L'approccio, come si conviene, è più morbido e sofisticato. Non si tratta, infatti, di operai e quadri dell'industria o del terziario post-moderno. Quelli ormai ci hanno fatto il callo ad essere licenziati dall'oggi al domani. Magari senza giusta causa. Ne sanno qualcosa i tessili di Praia a Mare e Castrovillari o le teste pensanti del polo informatico. Parliamo di onorevoli padri coscritti che, in modo o nell'altro, devono esprimere preventivamente il proprio gradimento e la propria approvazione. Altrimenti va tutto a ramengo. Anche le riforme istituzionali. Figuratevi se potrebbe essere approvata a scrutinio segreto una legge che taglia il numero dei senatori (da 315 a 200). Ci vuole, quindi, il guanto di velluto per ottenere il consenso degli agnelli sacrificali che, votando a favore del Senato federale, diranno addio a Palazzo Madama. Bisognerà addolcire la pillola con promesse convincenti (riconversione politica) e garanzie per il futuro (pensione d'oro anticipata). Lo teorizza senza falsi pudori il relatore Francesco D'Onofrio: "Mi sembra equo prevedere un ragionevole uso di quello che è il prepensionamento nelle ristrutturazioni aziendali". Quasi i senatori fossero top manager della Repubblica Italiana Spa. Delirio d'onnipotenza o sublime ipocrisia? Nessun commento. E' sufficiente quel dissacrante "Ma mi faccia il piacere!" del grande Totò.

 

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