Anche Cadorna dopo Caporetto

di Roberto Losso

 

Neanche il più convinto oppositore del centrodestra si era avventurato ad affermare che l’esperienza della giunta-Gravina si è conclusa “tra gli sberleffi della cittadinanza”. Lo ha fatto, invece, Luigi Mari di Forza Italia responsabile enti locali del collegio di Paola (La Provincia, martedì 26 novembre, pag. 17). Anche il coordinatore Gianfranco Leone sta facendo la voce grossa. Mi stupisce tanta improvvisa attenzione verso le questioni politiche della costa tirrenica. Il silenzio dei gruppi dirigenti della Casa delle Libertà, infatti, è stato assordante, quando la barca sbandava paurosamente. Almeno per questa pigra latitanza dovrebbero chiedere scusa alla città, insieme all’on. Iole Santelli ed al sen. Gino Trematerra, per averla abbandonata a se stessa.

Oggi, invece, dopo che il “polo” è naufragato sugli scogli della propria arroganza e della propria inefficienza, scendono in campo per tentare una duplice missione impossibile: 1) Ridare respiro e dignità ad un progetto logorato da mille contraddizioni politiche, approssimazioni amministrative e spartizioni selvagge; 2) Fermare la deriva dorotea che è diventata cultura dominante e che spinge inesorabilmente “questo” nostro centrodestra sul viale del tramonto. Qualche onorevole poltrona, nel frattempo, incomincia già a traballare. Se, infatti, dovesse  “disamorarsi” quell’elettorato che a Paola ed a Cetraro ha fatto le fortune del “polo”, non ci sarebbero più appetibili collegi blindati. I “voti in libertà”, purtroppo,  sono una brutta bestia. Specialmente per chi li perde.

Al vociare  delle nomenclature cosentine si contrappone, almeno a Paola, l’inusuale balbettio di tanti ex-amministratori, ex-capigruppo, ex-consiglieri comunali, segretari e dirigenti di partito. Dopo aver fatto a gara a chi gridava di più, inondando le redazioni di mega-comunicati e foto artistiche, adesso sembrano essere spariti nel nulla. Solo il sindaco, sia pure a modo suo, è sceso in piazza per spiegare la “sua” verità sul “perché” e su “chi” lo ha mandato a casa prematuramente. Tutti gli altri, partiti o movimenti che siano, si sono chiusi nel mutismo più irriverente. Quasi non avessero il dovere politico e morale di presentare un bilancio del proprio operato dopo aver presidiato militarmente la stanza dei bottoni. Anzi, come se non avessero nulla da spiegare o da farsi perdonare, hanno ricominciato a disegnare  strategie personalizzate, proponendosi ancora come paladini del cambiamento.

Anche Cadorna dopo Caporetto cercò di rendersi invisibile. Non gli servì più di tanto. Alla fine, infatti, dovette assumersi le proprie responsabilità. La memoria collettiva, infatti, non fa sconti. Al massimo non infierisce su chi riconosce i propri errori. E paga pegno, mettendosi da parte.  Forse è troppo presto per dirlo. A naso, però,  non mi sembra che l’autocritica sia il sentimento più diffuso nel centrodestra. Si respira una sorda voglia di rivalsa politica e personale, che fa presagire uno scenario più burrascoso di quello che ci siamo lasciati alle spalle. Questa tensione e questi veleni  devono preoccuparti. C’è il rischio, infatti,  che le coscienze più sensibili possano fare un altro passo indietro. Ne deriverebbe un ulteriore degrado della qualità della politica. Non è cosa da poco. Anche perché  proprio questa contaminazione ha disarticolato le giunte-Gravina. Non dimentichiamolo. E, se possibile, non ripetiamo due volte lo stesso errore.

 

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