Al suono delle campane

di Roberto Losso

 

Suonano a festa le campane della pace. Invitano alla speranza. Ed avvolgono le coscienze nel dolce tepore di questa Pasqua di primavera inoltrata. Lo fanno per tutti senza distinzione di religione, di razza, di pensiero politico. Un canto antico che abbraccia il mondo così com’è: con le sue miserie, con le sue guerre, con le sue ingiustizie. C’è chi non le ascolta, illudendosi di esaltare la sua visione illuministica delle vicende umane. Da laico, credo che sbagli. Il suono di una campana è sempre una voce amica. Scandisce, infatti, il tempo dei grandi misteri della vita. Anche di quelli che pensiamo non ci appartengano. Nonostante le nostre diverse culture e sensibilità, infatti, essi ci coinvolgono. Spesso perché persone a noi care li vivono con un’intensità che c’intenerisce e ci spinge ad indagare meglio le ragioni del nostro rifiuto.

Comunque è Pasqua. E le campane suonano. Possano, queste voci amiche, varcare le montagne e gli oceani. E giungere fino ai nostri militari sparsi per il mondo in missione di pace. Sono tanti. In Afganistan. In Somalia. In Albania. Tra poco anche in Irak. Nelle situazioni più difficili dimostrano d’essere “italiani brava gente”. Uomini e donne in divisa che, distribuendo aiuti umanitari, cercano di riportare alla normalità città sconvolte dai bombardamenti a tappeto e dai missili intelligenti. Non sono superman. Sono solo Alpini, Bersaglieri, Carabinieri. Lo fanno perché devono farlo. Perché è il loro lavoro. Però, lo fanno bene. E con grande umanità. Incontrandoli, salutiamoli con rinnovato affetto. Non sono eroi per vocazione. Quando è necessario, in ogni modo, lo diventano. Ove ce ne fosse bisogno, ricordiamoci di Salvo D’Acquisto.

Noi uomini di provincia, anzi de “La Provincia Cosentina”, affidiamo alla Pasqua anche altre speranze più vicine alle nostre quotidiane difficoltà. Più giustizia, più lavoro, più legalità. Pensiamo di chiedere il giusto. Prima di reclamare una più equa solidarietà al resto del Paese, però, dobbiamo trovare in noi stessi la vitalità necessaria per risorgere dagli inferi della ‘ndrangheta e delle lobby. Stiamo messi male. Come racconta la cronaca del malaffare. Ma possiamo farcela.

Le intelligenze, le idee e le onestà non ci mancano. Nelle università, nel mondo delle arti e delle professioni, nella società civile cresce l’”altra” Calabria. Quella che vuole costruire il presente pensando al futuro. Ed incomincia a farsi sentire con crescente consapevolezza, promuovendo un nuovo rinascimento morale e politico. Ritroviamo, quindi, al suono delle campane, fiducia in noi stessi e nella nostra energia creativa. Oggi siamo gli ultimi degli ultimi nelle classifiche sociali ed economiche del Belpaese. Nonostante tutto, comunque, non comportiamoci da poveri Cristi sulla via del calvario. Evitiamolo. Almeno nel giorno di Pasqua. Lasciamoci guidare dall’ottimismo della volontà. Dicendo, appunto, a noi stessi: possiamo farcela. Anche da soli.

 

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