Allerta allerta la campana sona
li turchi ssù calati a la marina!
di Roberto Losso
I l centrosinistra naviga a vista, inseguendo il canto suadente delle sirene di Scilla e Cariddi. Ed il candidato alla presidenza della Regione Calabria, se tutto va bene, sarà scelto in "zona Cesarini". Gli alleati-rivali danno di sé uno spettacolo a dir poco sgradevole. Le interpartitiche si sprecano. Ed anche le dichiarazioni, le repliche e le controrepliche. Un defatigante gioco delle parti, che lascia il segno. Come se niente fosse successo, l'arcipelago della diaspora democristiana punta a conservare, in un modo o nell'altro, un ruolo egemone in Calabria. Dicono che, da noi, per prendere voti il centrosinistra deve posizionarsi al centro. Una regola non scritta, che, in un certo senso, suona come una pesante condanna per la società civile calabrese. Che, dando credito a questi ragionamenti, sarebbe incapace di innovarsi e di riconoscersi in progetti di cambiamento che vadano al di là del quieto e rassicurante volto-amico di un ex-dc. Eppure cinque anni fa, il teorema non ha funzionato. Perché insistere? Forse perché viviamo in Calabria? Altrimenti è difficile capire perché una candidatura progressista dovrebbe risvegliare paure ancestrali nella coscienza dell'elettorato calabrese, che si vuole strumentalmente rappresentare come mummificato e sanfedista. Antiche paure come quelle dei pirati musulmani che mettevano a ferro e fuoco le nostre contrade indifese o, ancor peggio, come quelle stile "18 aprile" dei socialcomunisti che mangiano i bambini. Meglio, quindi, evitare traumi e scossoni. Anche nel modo di governare. Così almeno sostengono i teorici del centro vincente e pigliatutto. Diversamente si farebbe il gioco del centrodestra che, appunto, davanti a scelte coraggiose ed innovative, potrebbe conquistare il consenso elettorale del sofferente ma ingenuo popolo calabrese, limitandosi a gridare ai quattro venti "Allerta allerta la campana sona, li turchi ssù calati a la marina!". I socialisti rivendicano la presidenza per il senatore Cesare Marini, capogruppo dello Sdi al Senato e sindaco di San Demetrio Corone. Vengono snobbati. Eppure, in Calabria, ci sono ed hanno buone potenzialità elettorali. Anche il diessino Bova comunque deve battere in ritirata. E senza una motivazione comprensibile e condivisa. Forse "deve" mettersi da parte proprio perché esponente di punta dei Democratici di Sinistra, che, nel centrosinistra calabrese, hanno la grave colpa di essere partito di maggioranza relativa. Così, l'ombelico del mondo diventa l'inossidabile Clemente Mastella con le sue girovaghe truppe cammellate. Forse perché grida allo scandalo e minaccia sfracelli. Anche il Patto Segni comunque dice la sua, nonostante la recente corsa europea nelle liste di An, mentre gli esegeti dell'Ulivo che non c'è, pensando più a Napoli che alla Calabria, impallinano i candidati senza proporre soluzioni alternative e credibili. Gli amministratori calabresi non contano. Sono tenuti in scarsa considerazione per la corsa alla Regione. Attenzione zero finanche da parte dell'Asinello di Prodi che sul movimento dei sindaci ha costruito le proprie fortune elettorali. Eppure, negli enti locali guidati dal centrosinistra, spiccano nomi di qualità. Anche tra le donne. Cito a memoria: Doris Lo Moro sindaco di Lametia Terme e la senatrice Antonella Bruno Ganeri sindaco di Paola. Evidentemente la "politica al femminile", almeno fino ad oggi, è solo meritevole di studi e di convegni. Il "polo" ovviamente se la ride. E nel frattempo ringrazia. Se non altro perché può mascherare, senza doverle spiegare, le sue contraddizioni interne, che, in terra bruzia, vanno dal ritrovato "feeling" con la Fiamma Tricolore allo psicodramma cossighiano che cerca viveri e munizioni, raccogliendo comunque smentite più che consensi, nelle stanche retrovie delle truppe repubblicane e della lega dei socialisti. I programmi? Neanche a parlarne. C'è tempo. Quando verrà il momento, una commissione d'esperti si metterà al lavoro e li tirerà fuori in tempo utile per la campagna elettorale. Una cosa la volta. Prima le candidature, poi i programmi. La pantomima continua. Snervante e sempre uguale a se stessa. Fino al punto che qualcuno propone di affidarsi ai sondaggi. E perché no al sorteggio? Il fatto è che ogni scusa è buona per perdere tempo. Anche i pro-consoli calabresi dei palazzi romani, infatti, sanno perfettamente che i giochi si fanno altrove. E sanno pure che la Calabria è una specie di pronto soccorso o di valvola di sicurezza. La candidatura calabrese, infatti, non a caso si deciderà per ultima. Servirà per ricucire "in extremis" strappi e malumori che dovessero esplodere dopo aver messo a punto, su scala nazionale, il complicato puzzle delle presidenze e dei "listini" maggioritari. Non è una bella prospettiva. Perché, con questa logica del "ci siamo pure noi", il rischio è che prevalga l'eterna e subdola "ragion di stato" più che la consapevolezza di scegliere il miglior candidato possibile per una regione difficile come la Calabria. Che fare? Portare pazienza. E remare. Controvoglia e turandosi il naso. Restando in attesa che la coalizione rinsavisca e prenda il largo, seguendo magari la stella polare della sinistra che verrà. Se mai ci riuscirà. Le premesse sono di basso profilo. Se non altro perché, per definizione, un progressista non può aspirare alla candidatura a presidente della Regione Calabria. Certo non sarà facile mettere una toppa al logoramento cui il centrosinistra si è sadicamente esposto in queste convulse settimane di trattative. Ma la speranza è l'ultima a morire. Almeno così dicono.