Alla ricerca dei voti perduti

di Roberto Losso

 

Dieci contro dieci non è un pareggio. Il “dieci” senza lode del centrodestra, infatti, comprende il voto del sindaco, mentre il “dieci” dei dissidenti e delle opposizioni vale “undici”. Almeno dal punto di vista politico. Anche il capogruppo dei Ds, Giampaolo Provengano, infatti, avrebbe votato contro, se non si fosse dovuto allontanare dall’aula per giustificati motivi. Non m’interessa più di tanto la telenovela delle “dimissioni si, dimissioni no”. E’ ormai diventato noioso commentare i fatti ed i misfatti della politica. Sempre uguale a stessa, con le sue crisi laceranti, con le sue polemiche  da basso impero, con il suo doloso disinteresse per il futuro della città. Se, nonostante tutto, “questo” centrodestra allo sbando ritiene corretto e legittimo “governare” senza una maggioranza, vada pure avanti. Tenga in ostaggio per qualche altro mese le istituzioni ed i cittadini, continuando a dilapidare quel progetto di sviluppo integrato che aveva ricevuto in eredità dal centrosinistra.  Nel frattempo, provocherà altri danni ed altri arretramenti culturali e morali. Anche la sua residua affidabilità, però, ne uscirà ridotta al lumicino.

L’ultimo Consiglio Comunale, pur nella gravità del suo scenario politico ed istituzionale, ha rispettato il copione di sempre. Continua a dilagare, infatti, l’allergia al dissenso politico e culturale. Non voglio, in ogni modo, attardarmi sull’argomento. Se n’è già occupata Lucia Barone Marino su “La Provincia” (venerdì, 20 settembre). Affronto, invece, alcune questioni di costume e di civiltà democratica. Perché chi non è “allineato”, è messo alla gogna? Quasi che la sua diversità fosse una colpa, anziché  una ricchezza? Negli ultimi tempi, ho ascoltato e letto cose sgradevoli. Molte sconfinavano in giudizi sommari. Mi angoscia l’idea che possa riemergere il culto della Santa Inquisizione. I segnali non mancano. Nel recente passato non era così. Eppure, nei partiti e tra i partiti, primeggiava l’ideologia senza compromessi, che generava forti contrapposizioni. Mai, però, veniva meno il reciproco rispetto. Oggi, invece, si tende a considerare il proprio avversario politico un mascalzone, trattandolo o dipingendolo come tale,  solo perché, in coscienza,  assume posizioni critiche in Consiglio Comunale o nel partito.

I ladri di verità della politica ne hanno per tutti, mandandoli volentieri sotto processo. La stampa, perché  racconta le “magagne” del Palazzo. Gli opinionisti, perché esprimono le proprie idee,  rischiando il linciaggio a  colpi di documenti fasulli (almeno nelle firme). Le opposizioni, perché  esercitano il proprio sacrosanto diritto all’Aventino. Ma non si salvano nemmeno quanti “non ci stanno”, pur avendo contribuito  al successo di quel “fatal” 13 maggio. Il “polo” di governo ha perso la testa? No. Sull’”altro” centrodestra, quello della normalità e del dialogo, sono prevalsi i guerrafondai. Coloro che vivono la politica come una battaglia da affrontare, indossando l’elmetto. Si tratta di un pensiero debole, che, purtroppo, va di moda. Chi lo condivide, di conseguenza, anziché  discutere, preferisce sparare nel mucchio. Alla lunga, però, le munizioni finiscono. Specialmente per chi ha il grilletto facile. Ed anche il potere s’inaridisce, perché non è un pozzo di San Patrizio. Alla fine, quindi, verrà a disfarsi  quella vischiosa ragnatela, che oggi tiene insieme i cocci del centrodestra. E sarà un fuggi fuggi generale. Come l’8 settembre.

Mi sorprende, dentro a questo scenario di prevaricazione delle regole e dei diritti, sentir parlare ancora di moralità delle istituzioni. Quasi fosse un dogma.  Quindi, un valore in sé e per sé. A prescindere da quello che succede nel Palazzo ed intorno al Palazzo. Forse la confondono con la legittimazione democratica. Sono due cose diverse. La coalizione che ha vinto le elezioni, anche per un solo voto, infatti,  ha il diritto di governare. Almeno fino a quando ha una maggioranza. Non può pretendere, però, quasi fosse un atto dovuto, che la sua gestione del potere  e delle istituzioni sia in ogni caso considerata moralmente irreprensibile. Questo è un giudizio di merito che spetta ai cittadini. Alla luce di quel “10” contro “10”, anzi la situazione è diventata più delicata e scivolosa.  Anche il centrodestra di governo se n’è reso conto,  pur continuando a mostrare i muscoli. Infatti, ha cambiato strategia. Fino a ieri negava tutto. Anche l’evidenza. Oggi, essendo alle corde,  riconosce che qualcosa non ha funzionato.  Giura, però,  che vuole riscattarsi e recitare il “mea culpa”. E chiede un’ennesima prova d’appello. Anzi una “fiducia a termine”.

 Mi chiedo, infine, se il centrosinistra, al momento opportuno,  potrà dire “io c’ero”. A fare cosa? A disquisire sul caso-Buono? Forse poteva fare di più, entrando magari nel merito delle questioni che preoccupano l’opinione pubblica. Possibilmente tra la gente e nelle piazze.  Mi chiedo perché l’Ulivo non riesca darsi una direzione politica unitaria e strutturata. Ciò comporta che la sua capacità di mobilitazione spesso non sia adeguata al complessità del momento. Anche il voto in libertà sulla variante al Prg, per quanto politicamente deprecabile, è figlio della confusione e della conflittualità che regna nell’Ulivo che non c’è. Mi sembra riduttivo, infine, pensare che le elezioni anticipate, in se e per se, siano un progetto politico. Possono diventarlo. A condizione che  il centrosinistra si attrezzi per dare voce e speranza al malumore ed al disagio che serpeggiano in tutti gli strati sociali. Neanche questo sforzo, da solo, però, basta per essere vincenti. E’ anche necessario che l’Ulivo, e ancor di più la sinistra dell’Ulivo, dimostri, nei fatti, di avere un’anima ed un’identità.  Oltre che la voglia e la capacità di mettere in campo una “squadra” credibile e realmente alternativa a “questo” centrodestra delle consorterie e dell’assalto alla diligenza.

 

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