Ai tempi del PCI

di Roberto Losso


Da qualche tempo si registra un'inquietudine nei partiti, che vedono restringersi i propri spazi di autonomia e la propria capacità di intervenire nella società. C'è un malessere diffuso. Si pensi alle tante liste fai-da-te candidamente definite "utili provocazioni". Oppure alle iniziative promosse da gruppi ed associazioni della società civile per andare oltre gli schemi ormai infruttuosi di una malintesa post-modernità. Particolarmente delicata, in questa fase, appare la subalternità dei Ds rispetto alle istituzioni. Specialmente al sud dove, peraltro, persistono vecchie logiche di cordata che spesso creano strappi e mal di pancia. Si muovono con difficoltà nel proporre soluzioni, rifugiandosi nella conservazione dell'esistente. La ricerca del consenso, di conseguenza, più che ad un progetto politico-culturale è delegata a sindaci ed assessori. Ne derivano guasti e tensioni, che nascono proprio dalla gestione utilitaristica delle giunte e dei relativi incarichi di sottogoverno. Sono lontani i tempi in cui il Pci riusciva a mantenere una posizione critica, partecipe e distante al tempo stesso, nei confronti degli enti locali. Anche se a guida comunista. L'autonomia del personale politico da quello amministrativo (e viceversa) garantiva il giusto equilibrio ed assicurava lunghi periodi di governabilità. Era poco probabile, infatti, che una maggioranza "di sinistra" (ovverosia con il Pci al governo) conoscesse momenti di crisi. Ciò favoriva la crescita di amministratori preparati, un ricambio continuo del gruppo dirigente ed un accettabile livello di buon governo. Un circolo virtuoso che prefigurava l'affermarsi di quella moderna cultura riformatrice di cui ancora si avverte il bisogno. Oggi, invece, si naviga a vista. E spesso senza bussola.

 

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