Ai tempi del PCI
Da qualche tempo si registra un'inquietudine nei partiti, che vedono
restringersi i propri spazi di autonomia e la propria capacità di intervenire
nella società. C'è un malessere diffuso. Si pensi alle tante liste fai-da-te
candidamente definite "utili provocazioni". Oppure alle iniziative
promosse da gruppi ed associazioni della società civile per andare oltre gli
schemi ormai infruttuosi di una malintesa post-modernità. Particolarmente
delicata, in questa fase, appare la subalternità dei Ds rispetto alle
istituzioni. Specialmente al sud dove, peraltro, persistono vecchie logiche di
cordata che spesso creano strappi e mal di pancia. Si muovono con difficoltà
nel proporre soluzioni, rifugiandosi nella conservazione dell'esistente. La
ricerca del consenso, di conseguenza, più che ad un progetto politico-culturale
è delegata a sindaci ed assessori. Ne derivano guasti e tensioni, che nascono
proprio dalla gestione utilitaristica delle giunte e dei relativi incarichi di
sottogoverno. Sono lontani i tempi in cui il Pci riusciva a mantenere una
posizione critica, partecipe e distante al tempo stesso, nei confronti degli
enti locali. Anche se a guida comunista. L'autonomia del personale politico da
quello amministrativo (e viceversa) garantiva il giusto equilibrio ed assicurava
lunghi periodi di governabilità. Era poco probabile, infatti, che una
maggioranza "di sinistra" (ovverosia con il Pci al governo) conoscesse
momenti di crisi. Ciò favoriva la crescita di amministratori preparati, un
ricambio continuo del gruppo dirigente ed un accettabile livello di buon
governo. Un circolo virtuoso che prefigurava l'affermarsi di quella moderna
cultura riformatrice di cui ancora si avverte il bisogno. Oggi, invece, si
naviga a vista. E spesso senza bussola.