Questo malinconico tramonto della festa laica del 1° Maggio

di Roberto Losso

 

Un malinconico addio alla festa laica del 1° Maggio. Festa del lavoro, delle lotte sindacali, della lunga marcia dalle "otto ore" allo Statuto dei Lavoratori. Un malinconico addio ai gioiosi cortei di contadini ed operai. Con le bandiere al vento ed un garofano rosso, mentre la banda, spesso scalcinata ma convinta, intonava il canto liberatorio dell'Internazionale. Un mondo di valori e di belle speranze se ne va nel dimenticatoio. E tutti restiamo aggrappati come naufraghi al ricordo di una sinistra che non c'è più. Che non vuole esserci più. Che rinuncia ad essere se stessa, inseguendo il fantasma dei propri errori, della propria storia, della propria diversità. E, con masochistica determinazione, dopo aver subito il "fattore K" (i Komunisti non possono governare), accredita quasi supinamente il fattore "PK" (i post-Komunisti non possono governare). E così, tra il 25 aprile ed il 1° maggio, date storiche della ritrovata libertà e della dignità del lavoro, si consuma il psicodramma della sinistra (complessivamente in crescita elettorale) che consegna la guida del Paese al centro moderato (che perde voti nelle sue varie e frastagliate componenti post-democristiane, liberali e riformiste). Già, ma perché Massimo D'Alema ha dovuto cedere a Giuliano Amato la Presidenza del Consiglio dopo il risultato delle elezioni regionali, se i Ds sono stati l'unico partito della coalizione a reggere l'urto del centrodestra? E se tutti i candidati diessini hanno centrato l'obiettivo dell'elezione a presidente, mentre quelli del centro moderato e riformista hanno preso scoppole incredibili ed inattese come, per esempio, è successo a Piero Badaloni nel Lazio ed a Nuccio Fava in Calabria? Miracoli della fede. Anzi, arrendevolezza di una sinistra che non crede più in se stessa. Che si flagella e si colpevolizza, riconoscendo ai grandi ciambellani della prima repubblica un ruolo-guida ed una egemonia culturale che non hanno né sul piano del consenso politico né su quello della rappresentanza morale della società civile. L'addio di Massimo D'Alema, composto e dignitoso, smentisce tutta quella propaganda che voleva presentare il gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds come portatore sano del virus liberticida della "dittatura del proletariato". Non c'è aria di regime, se un Presidente del Consiglio, peraltro post-comunista, per dirla con il frasario di una destra rampante, se ne va pur non avendone alcun obbligo né sul piano istituzionale né sul piano politico. Certo la sinistra, dai Ds ai cossuttiniani, passando anche per Rifondazione Comunista, poteva fare qualcosa di più. Non per alzare le barricate intorno a Massimo D'Alema, ma intorno al primo Presidente del Consiglio della sinistra storica. E, ancor di più, intorno al principio per cui anche i post-comunisti sono storicamente legittimati ad assumere la guida del Paese. Così non è stato. E, a dieci anni dalla caduta del muro di Berlino, è riaffiorato il "fattore K", secondo cui solo un moderato del vecchio pentapartito o un tecnocrate della globalizzazione può guidare il centrosinistra da qui all'eternità. Il tramonto del sentimento del 1° maggio è la sintesi di questo processo d'annichilimento della sinistra storica, della sua storia, delle sue tradizioni. C'è una perdita di identità, d'orgoglio, di spirito di appartenenza che non è adeguatamente compensata dai nuovi valori che pure ci sono, ma che sono ancora dispersi nel confuso orizzonte dell'Ulivo universale. E nella dissacrante realtà di una coalizione rissosa e furiosamente impegnata, a tutti i livelli, a contrastare i mulini a vento di una presunta egemonia diessina. Un popolo di militanti e combattenti, qual è quello della sinistra storica, ha bisogno di nuovi obiettivi e di nuove speranze. Vuole sentirsi utile ed impegnato per rimuovere le ingiustizie, le povertà, le discriminazioni che ancora ci sono. E che sono tante. Specialmente nelle regioni meridionali. Ma ha anche bisogno di radici, di simboli, di tradizioni per sentirsi parte di una storia di lotte che viene da lontano. Dopo una sconfitta come quella del 16 aprile, sarebbe stato salutare riscoprirsi sinistra e centrosinistra nelle piazze, celebrando il 25 aprile ed il 1° maggio. E' prevalso, invece, un clima da ultima spiaggia, quasi che il confronto con centrodestra fosse ormai una guerra persa in partenza. Anche a Paola, nella maggioranza che sostiene l'esecutivo Ganeri, sembra essere esplosa questa sindrome dell'"8 settembre" o forse quella, ancor più tragica, del "si salvi chi può".

 

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