11 Settembre: una data, due follie
Inevitabilmente, pensando all’11 settembre, la memoria corre all’attacco terroristico al cuore degli Stati Uniti d’America. A quegli aerei fantasma che si schiantano sulle Torri Gemelle e devastano il Pentagono. La televisione trasmette in diretta l’agonia di una nazione, che vede sbriciolarsi i miti delle proprie certezze e della propria sicurezza. Una tragedia annunciata che ha avuto le sue vittime ed i suoi eroi. Tutti abbiamo inconsciamente capito che, da quel momento in poi, il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Forse abbiamo pensato che sarebbe stato più giusto e più umano. Il realtà sapevamo di illuderci. Come poteva, infatti, un eccidio di civili, per quanto planetario e coinvolgente, produrre cultura di pace e solidarietà, se l’umanità è rimasta uguale a se stessa pur davanti alle atrocità di tante guerre, stermini di massa e pulizie etniche?
Non sbagliavamo. Ai conflitti dimenticati, alla fame nel mondo, all’olocausto dei farmaci negati si aggiungono nuovi rosari di violenza. Anche la voce solenne del Papa è coperta dal fragore dell’intolleranza, del neo-colonialismo, della globalizzazione. Non si vede una via d’uscita. Siamo sospesi nel vuoto delle bombe intelligenti e dei kamikaze, dei trafficanti d’armi e di droga, delle mafie e dei colletti bianchi. Dietro l’angolo, anche quello più intimo e quotidiano, scopriamo campi minati, lotte per la sopravvivenza, nuove classi di povertà. La desertificazione delle coscienze fa il resto, perché moltiplica gli egoismi individuali e collettivi. Così viviamo senza particolari passioni anche il dopo New York. Fino al punto da considerare quasi sante o giuste le sofferenze d’interi popoli che pagano le tragiche follie dei propri dittatori e falsi profeti.
C’è, però, un altro 11 settembre. Spesso dimenticato. Quello che racconta la storia di Salvador Allende. Esattamente trent’anni fa, i golpisti d’Augusto Pinochet uccisero il sogno del popolo cileno di costruirsi, da solo, una democrazia ed un futuro. Anche allora i mass-media, nonostante i rigori della censura, portarono nelle nostre case immagini devastanti. Una su tutte: l’Estadio Nacional, dove si giocarono i mondiali del 1962, trasformato in prigione e luogo di tortura. Quell’evento drammatico ebbe una sua benefica ricaduta. Produsse una mobilitazione così diffusa e condivisa, anche negli Usa di Nixon, da rafforzare le idee ed i valori che si volevano annientare. Il Cile è risorto, perché la sua lunga marcia divenne speranza. Sarà così anche per l’America? Forse. Nel frattempo, però, rende gli onori ai soldati che muoiono in Irak. Come fece per quelli caduti in Vietman.