Due anni di Dampyr

di Daniele D’Aquino

 

(c) Sergio Bonelli Editore“Cosa si può ancora dire sui vampiri che non sia già stato detto?” mi domandavo quando la Bonelli annunciò l’uscita di Dampyr.

Il mito del vampiro è stato affrontato in tutte le salse da letteratura e cinema, da Bram Stoker ad Anne Rice, da Friedrich Murnau a Francis Ford Coppola, e anche il fumetto in passato non è risultato immune al fascino dei principi delle tenebre. Il rischio di vedere cose trite e ritrite era molto alto e forse per questo mi sono avvicinato alla serie con qualche perplessità.

Già dai primi numeri però i miei dubbi in merito sono caduti e ora, a due anni di distanza, il bilancio è più che positivo.

Boselli e Colombo sono riusciti a tenersi lontano dagli stereotipi dell’immaginario collettivo alimentati dai film e dai romanzi, puntando invece sulle radici storiche ed etniche, sul folclore e sulle leggende popolari che accompagnano il mito di queste creature mostruose, di cui si erano già mostrati appassionati nel “Manuale del vampirologo”, apparso nel 1993 sull’Almanacco della Paura e ora riproposto in terza di copertina riveduto, corretto e ampliato. Certo, ci sono anche elementi più classici, come la luce del sole letale per i non-morti, ma non c’è dubbio che Dampyr affronti il tema del vampirismo in maniera assolutamente innovativa, a partire dal protagonista, Harlan Draka, figlio di un Maestro della Notte e di una donna.

Accanto a lui, a formare un trio affiatato, ironico e dinamico, due comprimari ben tratteggiati, l’ex soldato Kurjak e Tesla, una grintosa non-morta che combatte dalla parte dei “buoni”.

(c) Sergio Bonelli EditoreUna delle preoccupazioni dei creatori di una serie è quella di motivare le gesta del proprio eroe e spesso optano per avventure su commissione. Anche in Dampyr c’è stata questa scelta e dopo i primi quattro numeri, in cui Harlan, Kurjak e Tesla agiscono liberamente, nel numero cinque, “Sotto il ponte di pietra” (impreziosito dall’onirico bianco e nero di Luca Rossi) ci viene presentato un personaggio fondamentale per le storie future, l’enigmatico ed efebico Caleb Lost, una creatura soprannaturale (angelo caduto?) a capo dei guardiani della legge, una misteriosa organizzazione che lotta per l’Ordine e il Bene.

Harlan e compagni vengono arruolati in questa squadra della legge e da quell’albo in poi Caleb diventerà il loro committente, incaricandoli di due tipi di missioni: quelle in cui dovranno uccidere un Maestro della Notte (le più numerose) o quelle in cui dovranno indagare su eventi oscuri (come “Dalle tenebre”, magnificamente illustrato da un Genzianella in stato di grazia).

All’interno delle singole storie si vanno delineando due filoni narrativi, uno riguardante la fantomatica organizzazione di Caleb Lost (qual è la sua origine? E il suo ruolo? Quello di Nikolaus? E Nergal?), l’altro inerente al rapporto tra Harlan e suo padre, di cui abbiamo saputo un po’ di più nella trilogia dei numeri 20, 21 e 22 ambientata in Transilvania.

Le basi per sviluppi futuri avvincenti ci sono tutte...

Qualitativamente parlando, gli albi finora pubblicati si mantengono su livelli alti, merito di sceneggiature solide e trame coinvolgenti in perfetto equilibrio tra horror e azione.

(c) Sergio Bonelli EditoreBoselli e Colombo hanno riversato nella serie la loro enciclopedica cultura (che se non è pari a quella del BVZA poco ci manca) e il risultato sono citazioni a iosa, ambientazioni realistiche e una cura per gli aspetti geografici e storici quasi documentaristica. Proprio sulle ambientazioni c’è da elogiare i due sceneggiatori per il carattere cosmopolita della collana; anche se il loro quartier generale è a Praga, nel Teatro dei Passi Perduti, Harlan, Kurjak e Tesla girano un po’ per tutto il mondo: Namibia, Olanda, Stati Uniti, Grecia, ex Unione Sovietica, Francia, Norvegia, paesi riprodotti fedelmente e sempre avvolti da un’atmosfera cupa e magica.

E qui entrano in ballo i disegnatori, in grado di far rivivere al lettore le stesse emozioni e le stesse sensazioni che si vivono visitando realmente i luoghi descritti. Le architetture dettagliate e i paesaggi suggestivi ricreano magicamente l’essenza delle varie zone del pianeta in cui di volta in volta si svolgono le avventure dei tre cacciatori di vampiri.

La maggior parte degli albi sono stati realizzati, oltre ai già citati Luca Rossi e Genzianella, dai talentuosi Majo e Dotti; completano lo staff Torricelli, Baggi, Andreucci, Piccininno, Casini e tra pochi mesi si aggiungerà l’ex leddiano Bocci.

Con artisti come questi ai pennelli è inutile sottolineare che ogni numero rappresenta un vero piacere visivo e che i disegni sono uno dei punti di forza di Dampyr.

E quali sono i punti deboli della serie? Non molti, però qualche difetto c’è. Partiamo dalle copertine; Riboldi non sembra a suo agio come cover-man e molte sue prove non convincono per colpa di personaggi legnosi e inespressivi e colorazioni discutibili.

(c) Sergio Bonelli EditoreDa un punto di vista narrativo invece, l’uccisione di un Maestro della Notte a volte si dimostra troppo facile e precipitosa, racchiusa nelle ultimissime pagine dell’albo. D’accordo che il sangue di Harlan è mortale per i vampiri, però i duelli finali si risolvono troppo spesso con una semplice stilettata o un colpo di pistola, con lame e proiettili precedentemente ricoperti del sangue venefico. E dopo ricerche, inseguimenti, pericoli, peripezie, vedere quelle temibili creature millenarie venire uccise in un modo così banale e prosaico, quasi svilisce il carattere epico della missione affidata a Harlan.

Va dato atto però ai due sceneggiatori dell’impegno profuso per diversificare i vari epiloghi ed evitare così fastidiosi dejà vu.

Inoltre c’è il rischio che la frequente struttura “Caleb commissiona-i tre indagano-Harlan uccide il vampiro di turno”, alla lunga possa stancare. Questo non si è ancora verificato, grazie al mestiere e alla fantasia di Boselli e Colombo, che stanno gestendo molto bene il gioco dei ruoli tra Harlan, Tesla e Kurjak, e che hanno adottato espedienti originali come quello di “Casa di sangue”, disegnato da un Baggi sempre più bravo e visionario.

Concluderei con un piccolo “difetto” grafico, che ho evidenziato anche lo scorso mese nell’articolo su Magico Vento e che mi dà lo spunto per rivolgere un appello alla trimurti Bonelli-Canzio-Zardo: perché le coste degli albi sono di colore diverso una dall’altra, rendendo la collezione una raccolta variegata che attraversa tutto lo spettro cromatico?

E’ un metodo per vivacizzare gli scaffali?

(18/03/2002)

 

   

 

www.amazingcomics.it